Quella dei La Furnasetta è un’estetica psicoanalitico-musicale totalmente esplosa e dai colori allucinati. Dalle primissime uscite fino ad oggi, il collettivo mascherato e sconosciuto non si è mai posto limiti di nessun genere, mescolando sagacemente industrial pop e noise, punk e house, stravaganze elettroniche e trap, hip hop e rock, dub e chi più ne ha più ne metta. Una vena sarcasticamente maleducata che percorre strade inaspettate, a volte raggiungendo ottimi picchi – assolutamente da ricordare la hit Mandik con l’ottimo apporto vocale di Eljam – come anche fasi intermedie, comunque sempre con un buon tiro dal lato della follia creativa. Per il nuovo album dal programmatico titolo di Infernot, la band ci sbatte in faccia il fatto di avere molti amici che la sanno lunga chiamandoli tutti a raccolta per fare casino come meglio credono.
Se l’apripista vede il collettivo in solitaria a maneggiare un’elettronica malata tanto per solleticare i palati (Introduction To The Infernot), si va subito di dance hip hop grazie all’aiuto di Fiorello Mannaia a sciorinare linee in Io Mi Spengo In farsa – titolo irresistibile – ed è appena l’inizio, visto che ci si può aspettare sempre un po’ di tutto in casi come questo, che è poi quello che succede.
A ritmo serrato, Daniele Brusaschetto e Leather Parisi mettono con classe le mani nella progressione industrial dub da fine dei giochi di Nervi, mentre Fighetti e Tamarri se la aggiudicano Scoliosis Noises DEPT e Zen_Ga per elargire con naturalezza del sano terzomondismo meccanizzato. Come non aspettarsi, quindi, un elettro-cover di Passione Nera degli indimenticabili Nerorgasmo, che scivola via tra statiche urlate e simil-jungle impacchettata con suoni alla Datura (qui ad affiancare Fiorello Mannaia c’è il tale Perry Watt), o ancora Dj Stock Music, ancora Zen_Ga e Rebecca Redaelli che spargono inquietudine afona arricchita di latenze siderali in Iceland In Dub. Non fa in tempo a tornare Leather Parisi per deflagrare il mix di Coil martirizzati in salsa house di Bad(ed)ass, che entra in pista il rifacimento di Caffè Nero Bollente – si, proprio quella scritta da Mimmo Cavallo e Rosario De Cola, nonché cantata nel 1981 da Fiorella Mannoia, si quella con le vocali nel nome messe al posto giusto – con Gigio di Church Of Violence/Arturo (tra le altre cose) a dare manforte per una riuscita versione nervosa e indolente, sospesa e dinamica, e a sua modo lirica (ambient-pop anyone?).
Girando appena l’angolo, arriviamo ai dimessi puntellamenti rumoristi che accompagnano lo storico monologo su “l’eterno fascismo italiano” tratto dal film di Francesco Rosi del 1979, Cristo si è fermato ad Eboli, e recitato da Gian Maria Volontè nei panni di Carlo Levi, un’ottima sintesi di un’altra brutta storia che non vuole morire. Ma se nel 1982 Milo partiva per andare al college, ora succede invece che nel 2024 è Fiorello – direi “fucking” – Mannaia ad andare a Italia Viva (?!?!?), coadiuvato, nondimeno, che da Giygas e The Tapes. E sono liriche deviate ed escoriazioni rap per urla scoordinate (Fiorello Goes To Italia Viva).
Ma La Furnasetta ha il cuore grande e non dimentica la propria terra e le proprie radici, quelle più contaminate dalla contemporaneità, firmando assieme al buon Fabio Fazzi la chiusura per synth impazziti e tempi storti di Monferrato Radioattivo.
Nel complesso un buon disco, con molte idee centrifugate senza pietà ma comunque ben messe giù, che nonostante mostri qualche margine di miglioramento che renderebbe terminale tutta questa follia “spegnendo totalmente in farsa” il progetto, ci permette di affermare senza paura che Infernot è pura schiuma liturgica marchiata La Furnasetta. A vostro rischio e pericolo.
La Furnasetta – Infernot (Drama Recorder, 2024)
