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Kubark – Ulysses (Autoprodotto, 2011)

Con questo secondo EP, che segue l'omonimo Kubark del 2009, il quartetto si spoglia degli influssi delle band che li avevano ispirati agli esordi, Tool e Isis in primis, e tentano una sintesi personale nel campo del post-core più rarefatto, con risultati decisamente buoni.
Ripulita la scrittura dalle scorie dei suddetti gruppi, i piacentini approdano a uno stile privo di asprezze, dove solo il basso rivela le rumorose origini, mentre la voce, (davvero ottima), i synth, le chitarre e la batteria si fanno interpreti di un suono cristallino ma non freddo, che può ricordare i Gathering del capolavoro How To Measure A Planet in versione ancor più rarefatta e traslucida; una sorta di pop psichedelico e retrofuturista, ideale colonna sonora di un remake di 2001: Odissea Nello Spazio. Non so si possa ritenere positivo giungere oggi in prossimità di un disco registrato 15 anni fa, ma è da considerare che le potenzialità di quel pop dilatato e pulito, quando ancora il post-rock era un genere non abusato, non sono mai state esplorate appieno. I Kubark vi arrivano tra l'altro da un percorso completamente diverso dal quello della band olandese, che proveniva dal gothic/doom, lasciando così spazio a sviluppi non ancora prevedibili. Il disco, cinque pezzi per mezz'ora di musica, soffre un po' dell'eccessiva omogeneità della scrittura, ma la cosa d'altro canto favorisce la fruizione delle tracce come un unico, lungo pezzo che, pur con qualche particolare da migliorare, veleggia lontano dalle secche del noise-shoegaze dove languono altri progetti partiti dal post-core/metal e che non hanno saputo trovare sbocchi degni di nota (mi vengono in mente i Jesu, ma ce ne sarebbero a decine).

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