Ci sono parecchi motivi per innamorarsi artisticamente delle polacche Kisu Min, al ritorno con il loro secondo album Rudolf Steiner House, alcune personali ed altre universali. In primis perché l’attacco francofono di Je Suis sembra un gioco di specchi che dagli anni ‘80 attraversa le fasi dell’Art-rock odierno dando subito immagine della loro statura. In secondo luogo per titolo ed immagine di copertina (stupenda, ad opera di Marcin R. Nowicki), con le quattro musiciste ritratte sotto l’abitazione londinese di Rudolf Steiner, a tributare un ricordo ad un pedagogo che nelle loro idee, “…ha garantito per la conservazione dell’umanità in questi tempi estremamente incerti…”. In terzo luogo per quanto riguarda l’ultimo brano, Woland.
La musica delle Kisu Min (baciami in esperanto, ricordiamoci come polacco fossero il suo inventore, Ludwik Lejzer Zamenhof, in un circolare gioco di riferimenti ed omaggi) è nervosa e lirica, del tutto fuori dal tempo rimanendo fresca e trascinante. Agata Pyziak picchia sulle pelli come se non ci fosse un domani in G.A.I.A. (To Thoughts Of Mother Earth) ma la potenza rimane incanalata e perfettamente strumentale ad una materia pop ed orecchiabile. A tratti appare una parvenza vocale che profuma di innocenza ed intensità per le quali Cindy Lauper e Kim Wilde non sono immagini lontane e le loro luci si mischiano in brani tormentati ed intensi. La title track sembra voler tracimare nervosa e sofferente ma colpisce alla resa dei conti più con la sua potenza emotiva che con il rumore. Si vola letteralmente con una Lullaby dove le seconde voci di Ola Sobanska sembrano riflettere ed ampliare le immagini aeree e volatili della cantante Basia Chupinska. Manca ancora qualcuno da citare, il bassista Michael Szafarz, per il quale basti l’attacco di Rainbow Dash per rimandarci sule coste dell’Indochine, fra vite sovradosate e piccoli quadrupedi leali. Il blocco centrale del disco è composto da tre brani dove fuoriesce la femminilità e la condizione di donna nel presente, fra ricordi, perdite e mitologia, con riferimenti letterali e laterali che portano ad approfondire temi e collegamenti fra Joan Didion, Giano e le stesse Kisu Min, sempre all’interno di quest’aria malinconica ed intensa. La tensione resta alta per tutto il disco, fra gli incroci vocali di RLS ed i suoni catchy ed orecchiabili di Doomsday, che sembrano entrare nel brano come strade secondarie dentro un’arteria principale. A chiudere Woland, ultimo ma non ultimo motivo per apprezzare le gesta delle Kisu Min: ad essere ospitato nel brano è Daniel R. Ball, artista noto come LEVELLER, che con il suo recitare aumenta una coltre grigia ed antica. Beh, sul retro del disco delle Kisu Min viene indicato, oltre al featuring, la scritta: please check his debut album “Catholic Girl”. Piccole cose? direi attenzioni ai dettagli, le ennesime attenzioni che riescono a costruire un viaggio di 49 minuti di pop nervosamente irresistibile.
Kisu Min – Rudolf Steiner House (Antena Krzyku, 2025)
