Kira Roessler rappresenta un’icona per chiunque abbia seguito la scena hardcore. Rispetto ad altre bassiste più blasonate e famose, si è girata gli U.S.A. su un van, ha dormito su pavimenti, resistito a un pubblico spesso irruento e sopportato compagni di avventura molto rudi con lei (in Get In The Van lo stesso Henry Rollins la definisce “rancid bitch” senza tanti complimenti).
Finta quella parentesi più o meno burrascosa, la bassista si è dedicata ad altro, collaborazioni con l’ex marito Mike Watt, editing audio per il cinema e carriera solista della quale questo disco rappresenta il secondo capitolo. In questo caso ciò che propone è una musica che sa molto di jazz, walking di basso, voce e pianoforte.
Niente è rimasto della passata carriera a livello musicale, se non un pregevole gusto melodico nella composizione dei brani, giustamente impostati sul basso. Se possono immediatamente partire dei parallelismi con quanto fatto da Flea (a sua volta, per poco, bassista hc nei Fear) nel recente debutto, o magari con i Messthetics, questi sono lontani dalla realtà. La Roessler infatti non rinuncia mai alla forma canzone per arrivare ad un jazz propriamente inteso: nel suo caso si tratta di una fascinazione per il suono del tutto asservita alla resa del brano, senza divagazioni o eccessive parentesi strumentali.
Il disco è gradevole, ha i suoi momenti riusciti e formalmente non ha nulla di negativo. Dove mostra però i suoi limiti è nel grado di affezione che riesce a generare nell’ascoltatore che, se sul momento riesce ad apprezzare il disco, una volta che questo finisce, si interrompe anche lo stimolo ad ascoltarlo una seconda volta.
Latita forse di un guizzo, di una particolarità che renda questo album memorabile e riascoltabile a lungo rendendolo un lavoro riuscito nella forma ma carente nella sostanza.

