KINZELMAN / COSTANZO – Infinite Ramp (Hora, 2025)

Solo qualche mese dopo l’ottimo Unfall mi ritrovo a scrivere di nuovo di Dan Kinzelman, questa volta impegnato insieme al batterista Stefano Costanzo in un progetto nato da una residenza umbra di quattro giorni, nello studio di Dan, che ha portato alla creazione di Infinite Ramp, progetto appartenente al bando “Oltreconfine” di MIDJ (Musicisti italiani di Jazz, per il jazz italiano nel mondo).
I brani sono segmenti tagliati senza poi più essere processati né sovraincisi, mantenendo freschezza e profondità. Non si percepisce quello studio reciproco spesso legato alle sessioni di improvvisazione, bensì un insieme di frequenze, un impasto che dalle screziature di Pump sfocia nei bassifondi di Coil. Spesso si ha l’impressione di assistere ad una dissezione musicale, scoprendo e nervi, terminali e pompe, senza che questo interrompa armonie e flussi sonori. Flue si fa più materica, Costanzo ad uscire dai toni consoni e Dan a barrire e garrire, in una sorta di noise acustico, che colpisce con metodi e senza frastuono. Shaft trasporta Samuel L Jackson in Africa dotandolo però della condizione di Elijah Price tra suono caldo e frantumato. Riescono addirittura a trasformarsi prima nella più piccola brass band del mondo viaggiando minacciosi sulle strade umbre per poi sfociare addirittura in percussioni afrobeat, con un contraltare fiatistico aspro e diretto come se avessero travestito i Flying Luttenbachers da Egypt ‘80. C’è una sana follia, quella che confina con la libertà e con le intuizioni di chi non si pone limiti. Infinite Ramp non ha un filo logico se non quello dell’incontro e del gioco, to play with: quel che perde in linearità però guadagna in spunti ed atmosfere che non sembrano mai fini a se stessi, con brani come Flush che se ad un primo ascolto sembra un puro intermezzo nell’economia del disco ci permette di entrare in un finale oscuro. Plyorum sembra un rituale magico ed iniziamo a temere chio che potrà succedere con gli unicorni di Hooks. Dialogo fra Dan e Stefano che sembra prima percorrerci la schiena come un brivido, poi trasformarsi magicamente nella cronaca di un allontanamento. Non sappiamo chi stia lasciando il borgo in quella che sembra una carrozza trainata da cavalli, la brutta sensazione è che potremmo essere noi ad allontanarci, da una sessione che avremmo gradito continuasse ancora ed ancora.