Se la Grand Royal ai tempi avesse investito in un Nightclub Play Me, la traccia d’apertura del nuovo disco di Kim Gordon avrebbe potuto esserne lo standard. Stile, eleganza, una ricerca delle radici dove i ritmi si incrociano, fra jazz e coolness. Poi una sorta di fuga, fra perdizione ed ingenuità, ed una voce che lascia il segno come da quasi 45 anni a questa parte. Penso a progetti odierni che apprezzo parecchio, dagli Essaira ai Camilla Sparkkks, quanto devono all’estetica ed all’idea che questa cantante, bassista, scrittrice ha lasciato ai posteri: puro slancio artistico, puro stile. Nel suo percorso solista riesce ad utilizzare la tensione come un grimaldello, in brani nei quali si può sentire il sudore a contatto con ritmi electro ed hip-hop in uno sposalizio perfettamente rifinito. Sceglie di affiancare il fido Justin Raisen ad Anthony Paul Lopez per un album che scivola liscio, fagocitando i Sonic Youth più vibranti dentro la sua nuova forma, forse mai così in continuità con il suo passato. Certo, rappa, ma lo fa come Kim Gordon, senza ricalcare nessuno e lascia evidenti bruciature sonore sui grooves, in brani brevi e flessuosi, dove si sente una cultura old-school rifinita attorno alla propria figura odierna. Poi una sorta di passaggio a vuoto, quasi Subcon e Post Empire fossero rimaste sorta di bozze inespresse, prima di rituffarci in un’ ansiogena Nail Biter. Sembra di trovarsi in una situazione post-traumatica, in una testimonianza feroce che non lascia indifferenti. Byebye25! chiude nel migliore dei modi Play Me, con una rapper che potrebbe tranquillamente giocarsi flow ed attitudine con dei Dälek oppure accostarsi ad altri rapper meno allineati in un paesaggio obliquo che la vede non più come ispiratrice ma come attrice principale. Quanti ne vuoi così Kim, tranquilla tranquilla, ancora.
Kim Gordon – Play Me (Matador, 2026)
