Si può suonare un’opera d’arte?
O un albero, o una montagna… Insomma: è possibile generare un suono che abbia un senso e una sua intensità da qualcosa che non sia strettamente, o unicamente, uno strumento musicale?
È la domanda che mi è sorta spontanea non appena Kety Fusco, con passo sicuro, si è avvicinata all’arpa. Ma non alla sua arpa abituale, né a una costruita da un liutaio nella quiete di una bottega artigiana. Si è avvicinata a un’arpa unica al mondo: realizzata con il legno dei barconi dei migranti, opera dell’artista Enzo Umbaca. Un oggetto carico di senso, poesia e memoria, che trascende la sua funzione per diventare simbolo e testimonianza.
Questa sera, grazie alla bravura, al coraggio e alla sensibilità dell’arpista svizzera, quell’arpa si è fatta tramite. Kety l’ha suonata — e con essa ha fatto risuonare dentro di noi il dramma del lasciare la propria terra, lanciandosi verso un destino spesso incerto, e troppo spesso crudele.
Ho pensato subito a Russolo e ai suoi Intonarumori: erano opere d’arte o strumenti musicali?
Anche l’arpa di Umbaca ha qualcosa di arcaico, di profondamente materico. E con gesti che sembravano provenire dalla notte dei tempi, Kety Fusco ha dato vita a un’opera sonora unica e irripetibile. A occhi chiusi, con l’archetto o con le mani nude, ha accarezzato, sfregato, percosso e pizzicato le corde, le chiavi, i legni di cui è costruita l’arpa. Il modo in cui ha dialogato con lo strumento — con sacralità e intensità — ha sospeso il tempo e lo spazio. In quei gesti, in quei suoni, c’era una ricerca, un’emozione, un ricominciare continuo.
È stato un privilegio assistere alla nascita di un’opera d’arte nel suo farsi: viva, fragile, potente. Kety Fusco era in uno stato di grazia. Matura e consapevole del dono che possiede, si è lasciata guidare dall’indefinito, in un’improvvisazione libera da ogni preconcetto. Si è messa a nudo, come artista e come persona — cosa che può fare solo chi ha dentro di sé un fuoco che brucia.
Tra pochi giorni uscirà il suo nuovo album Bohème, anticipato da alcuni brani che hanno già rivelato la potenza e la maturità di un suono assolutamente personale, capace di muoversi tra generi e mondi restando in perfetto equilibrio tra l’estasi e la poesia. Nell’attesa di ascoltarlo nella sua interezza il 19 settembre, mi dico — e vi dico — che siamo fortunati. Fortunati ad avere artisti che si donano con tale totalità, capaci di farci intuire, per un attimo, la presenza dell’Assoluto.
Andando verso il concerto, i miei figli mi hanno chiesto cosa fosse un performer, e cosa fosse una performance. Ho provato a spiegarglielo parlando di Beuys e di Marina Abramović, cercando parole chiare, esempi comprensibili. Credo di esserci riuscito solo in parte. Ma dopo aver assistito a questo spettacolo, ho detto loro che quello — esattamente quello a cui avevamo appena assistito — era una performance. E Kety Fusco, quella sera, era la performer. Mi sono sembrati molto soddisfatti. E anch’io lo ero.

