Këkht Aräkh – Morning Star (Sacred Bones, 2026)

Il terzo album di Këkht Aräkh esce per Sacred Bones, etichetta che già si era occupata di ristampare i primi due album del progetto dell’ucraino Dmitry Marchenko. Morning Star sembra essere una riduzione accomodante e levigata del black metal, con un suono che pur avendo dalla sua atmosfera e rantoli non sembra mai essere in grado di sorprenderci né di trasportarci via. Quando succede è per un incrocio tutto sommato inoffensivo ma ben congegnato come Lament, ma sarebbe meschino ed anche un po’ superficiale aspettarsi di poter essere sconvolto da un disco black metal solo perché in quanto tale, un po’ troppo basic come pensiero nel 2026. Ma c’è delle materia interessante in questi 17 brani, come la riduzione folk jazz di Raven king, oppure l’incrocio insieme a Bladee di Eternal martyr. Di certo Dmitry non lesina nel lanciarsi su una corta tesa fra black metal, folk e pop, inventandosi un piccolo miracolo in due parti come Land av evig natt I toccante per come unisce sotto un’unica cappa mondi lontanissimi fra di loro. Più che altro è la capacità di mollare nel nulla perle lo-fi praticamente perfette come Morning Star a farci venire dei dubbi su Këkht Aräkh: ci è? Ci fa? Il black metal è una sorta di coperta di Linus? Levandola sembra in grado di esprimersi in maniera più leggiadra anche nel suo torturarsi porta più di un piacere all’ascoltatore e così facendo rende l’ascolto del suo album tortuoso e discontinuo. Lo vorremmo più deciso, magari senza doversi adattare ma scegliendo volta per volta il terreno di gioco prescelto per giocare ed esprimersi, il talento c’è ed il tocco pure, di sicuro sentiremo parlare di lui ancora per un bel po’. Voi ascoltatelo, ripescatevi anche le registrazioni più antiche come Pale Swordsman e Night & Live, dategli fiducia al di là di hype e della mera curiosità: di certo vi innamorerete di un suo lato e continuerete, come il sottoscritto, a vivere sperando in una sua mossa decisa.