Kathryn Mohr – Carve (The Flenser, 2026)

Prima l’Islanda, ora il deserto del Mojave. La messa in atto dell’ispirazione di Kathryn Mohr sembra seguire rotte discoste ed intime, trovando a questo giro nel mix di Richard Chowenhill una spalla che ne asseconda e rinforza le visioni più scarne, più secche. To carve, scolpire, lasciare dei segni imperituri, è forse questa la mira dell’artista californiana? Di certo fin dalla prima traccia si sente la libertà di un suono corroso, disturbato, segnato. Ma è soltanto un prologo prima che l’energia rock che già avvicinava Waiting Room ad alcune delle maestre se ne torni fuori, con giri sporchi ed una voce perfetta per aprire un rito, un viatico. Doorway sembra unire in più flussi un’attitudine ed un disegno che non ha paura di ricalcare viaggi passati. Del resto il deserto è una location che Kathryn non visitava dalla sua infanzia e diverse di queste canzoni sono state scritte negli ultimi anni: a colpire non è l’innovazione ma il carattere, nello scrivere un disco necessario ed urgente. Strumenti e voce non giocano la stessa partita, viaggiano con spigoli esposti che graffiano e rimangono pericolosi pur se noti, attirandoci comunque a loro. Commit sembra una sorta di narcosi slacker, tirata verso una nebbia che non crediamo sia ancora il momento di dissipare. Quando la voce si fa soltanto suono e trascende le parole chiudendo gli occhi si potrebbe pensare ad una creatura in grado di ammaliare ed ipnotizzare al medesimo istante rimanendo nella penombra. Non è una questione di filtro o di schermatura, sembrerebbe più un’automatismo espressivo che travalica la forma per farsi in qualche modo energia. Capita spesso, il suono e la voce, continui e differenti, come maree che si infrangono con effetti diversi sulla battigia. Carve è un disco che si nutre di imperfezioni, sporcizie ed umanità, tanto da colpire al cuore quando la voce di Kathryn si innalza nei convinti assensi di I Do, splendido bozzetto in crescendo posto a metà disco. Il mood è folk, blues, rurale e povero, con suoni che non vengono mai ingentiliti ed arrivano senza mediazioni all’ascoltatore. Gli incroci di Owner, il ritorno alla furia di Cells, dove sembra sollevarsi una nuvola gotica sul suo operato. La capacità di incidere delle faglie nel terreno, veri e propri geyser sonori che vivono di vibrazioni e fiotti: questa sembra essere la forza di Kathryn e la sensazione, in questo album più ancora che nel precedente, è che sembra abbia appena iniziato.