Joy is noise. Intervista agli ÜT

UT

Gli ÜT ci raccontano il loro ultimo album “Resonare”. Un’ottima occasione per conoscere nel dettaglio l’approccio della noise band genovese.

Band genovese oramai in giro da parecchio tempo, gli ÜT sono riusciti nel tempo a mettere bene in luce una certa visione centrata sulle proprie passioni e focalizzata sul proprio suono attraverso una coerente progressione stilistica e riflessiva. Un approccio che non concede molto ai compromessi, ma che anzi pescando dai bei tempi del noise categorico di scuola Touch and Go, Sking Graft e Trance Syndicate è riuscito a veicolare una voglia espressiva che ha da sempre marcato il senso di una personalità creativa e sincera. Inizialmente lancinante su album come noise deadening barrier e δ γ ε β, il quartetto si è progressivamente diretto verso un suono maggiormente influenzato da correnti Slowdime, spostando per di più il cantato da inglese all’italiano con Il Pozzo e la Piramide, per poi arrivare all’ultima produzione in studio pubblicata a giugno 2026, Resonare, completamente autoprodotta. Il peso della bilancia a questo punto ha accentuato una riflessione fatta di muri Helmettiani, quadrature politiche che richiamano i nostrani Fluxus, come anche di ipotesi post-core alla Shotmaker e tempi spigolosi alla Shellac. Una bella ricetta di influenze che però vengono gestite con efficace personalità, tanto che è un piacere ascoltarne i diversi dettagli e misurarsi con un disco di canzoni tanto dense quanto definite, utili per saggiare lo stato di salute di una band che non ha mai smesso di esprimersi in un modo realmente indipendente da logiche sovrastrutturali. L’importate è il suono e il messaggio. Prerogative ben risuonanti nell’ultimo sopracitato disco, un ascolto trascinante sia per la passione che trasuda ma anche per la scelta produttiva lontana da ammiccamenti facili. Canzoni di peso, dicevamo, che potrebbero benissimo funzionare una ad una come singoli, ma altrettanto pensate come sfaccettature necessarie per equilibrare un discorso complessivo in cui i dettagli formano un’opera ben architettata. Perché gli ÜT ragionano sul suono, sanno cosa vogliono dire e come. E di questi tempi non è affatto poco. A rifinire l’impianto ci pensa quindi una testualità ermetica quanto diretta, riflessiva ma altrettanto politica, che si muove nervosa all’interno di un connubio fatto di sofferenza e psicosi. Ingredienti di un linguaggio che stabilisce preventivamente un grado di coinvolgimento dell’ascoltatore che la band vuole attento e disponibile a mettersi in gioco, altrimenti caldamente consigliato di dirigersi verso l’uscita per dedicarsi a questioni più commestibili.
Difficile scegliere in Resonare dei pezzi rispetto gli altri, ma giusto per dare qualche misura di un possibile perimetro concettuale citerei assolutamente le quadrature di 4uattro, tesa, progressiva e con centimetrate aperture liberatorie. E ancora la melodia che va di pari passo con l’inquietudine di Grammatofenomenologia, precisa e frastornante, e non di meno il minuto e quarantaquattro secondi di (!!!)  come esempio del grado di psicosi contenuta in media nel disco, una breve traccia per feedback, disturbi e voci cattive. Ecco, dovremmo esserci, ricordando bene, però, che tutte le altre tracce non sono affatto da meno. Di questo e di tanto altro abbiamo parlato con la band, qui nelle vesti di UTO (chitarra), Masca (voce) ed Eman (bass). Buona lettura.

Devo dire che questo ultimo vostro disco mi sembra un bel traguardo nella vostra progressione stilistica. Da un noise esacerbato di scuola Skin Graft / Touch And Go vi siete gradatamente spostati verso dinamiche più discordanti fino ad arrivare a una compiuta visione post-core di Resonare. Cosa vi ha spinto in questa direzione musicale?
Eman: Beh, io credo che molto sia dettato dal fatto che la band ha avuto nel corso della sua storia diversi cambi di formazione, con Ste “Üto” ormai unico membro fondatore. Io e Nic siamo gli ultimi arrivati, giusto in concomitanza della genesi del disco, e credo che questo possa avere ulteriormente influito. Ma già dal disco precedente, Il Pozzo e la Piramide, con l’entrata di Masca alla voce e al passaggio dei testi in italiano è avvenuto forse il cambiamento più “drammatico” per quel che può comportare una svolta nella direzione della band, e credo che non potesse essere altrimenti.
Üto: Ogni disco degli ÜT suona leggermente diverso dagli altri. E questo non solo perché tra un disco e l’altro passa inevitabilmente del tempo e quindi si cambia in quanto musicisti, ma anche e soprattutto perché in nessun disco uscito finora ha suonato la stessa formazione. L’unico membro attivo e stabile fin dall’inizio sono stato io e non ho mai concepito questo gruppo come un mio progetto personale, è esattamente l’opposto: suonare con altre persone è molto di più che un mezzo per esprimere le mie idee. Non mi interessa imporre, mi interessa il confronto. Se così non fosse, farei musica da solo. Ma non mi è mai piaciuta l’idea di essere una monade. Sono piuttosto affascinato dall’idea della commistione. Fare musica assieme ad altre persone significa soprattutto creare collettivamente, al punto che non è neppure più possibile dire “chi ha scritto questo pezzo?” Questa domanda deve per me rimanere priva di risposta, perché è pur vero che gli input iniziali arrivano sempre da qualcuno, ma il risultato finale è sempre e solo frutto di una collaborazione creativa a tutto tondo.

Tra l’altro, oltre alla passione per Shellac e per certo post-core anni ’90, avete inserito dinamiche Helmettiane, quadrature che da un lato rimandano anche ai nostrani Fluxus. È così? Cosa vi realmente influenzato la composizione del disco?
Eman: Sono contento che ascoltando l’album tu stia confermando alcune influenze di cui avevamo esplicitamente parlato inter nos durante la genesi dei brani. Io sono davvero legato ai Fluxus e Pura Lana Vergine è uno degli album italiani degli anni ‘90 che preferisco, a prescindere da distinzioni di genere e stile musicale. Al tempo, ero stato piuttosto fortunato a trovarmi proprio al concerto che fecero allo Zapata di Genova col disco relativamente fresco d’uscita, sarà stato il ‘98 o giù di lì. Rimasi davvero colpito e comprai subito il vinile al banchetto, disco che conservo molto caro e che riascolto tuttora. Brani come Architettura Basic credo che abbiano intrinsecamente una forte impronta legata ai Fluxus e alla scena torinese e piemontese, impressione che peraltro ebbi anche quando ascoltai gli Üt dal vivo dall’altra parte della barricata, prima ancora di entrare nella band e di lavorare sui brani dell’ultimo disco. Ti dirò anche che una delle prime cose a cui ho pensato subito dopo l’uscita di Resonare è stata quella di contattare online Franz Goria, scambiare due parole e girargli una copia digitale via Bandcamp! Credo sia simbolicamente un cerchio che si chiude, in un certo senso. Siamo tutti influenzati da ascolti personali piuttosto eterogenei, e questo credo che contribuisca ulteriormente a ciò che confluisce nel sound della band, dove il risultato è un processo di elaborazione collettivo e non semplicemente riducibile ad una somma.
Üto: Per quel che mi riguarda, le influenze non sono mai le stesse, si modificano nel corso del tempo. Certo, come tutti i musicisti ho i miei punti fermi, le mie personali stelle polari che influiscono, più inconsciamente che altro, nel momento in cui mi trovo a pensare a come mettere assieme note e ritmi, ma è altrettanto vero che ascolto ogni mese una miriade di dischi, vecchi e nuovi, spaziando liberamente tra i generi. Questo discorso è ancor più complesso se si considera che alcune idee che sono confluite all’interno di Resonare sono state composte tempo addietro, nel corso della prima ondata della pandemia di Covid, quindi circa sei anni fa. Va da sé, quindi, che nel corso del tempo molti stimoli, musicali e non, abbiano contribuito a quello che è diventato il prodotto finale.

Resonare è anche il vostro secondo album in italiano, lingua con cui mi pare vi troviate molto a vostro agio. Come mai avete a un certo punto deciso di mollare l’inglese?
Üto: In parte il discorso riguarda quello che si diceva poco sopra sui molteplici cambi di formazione, perché va da sé che chi arriva porta nuove idee e una nuova sensibilità, trasformando di volta in volta il risultato d’insieme. Senza dubbio è stato l’arrivo di Masca alla voce a provocare questo sensibile cambiamento, ma è anche vero che è qualcosa su cui stavamo già riflettendo in precedenza: la lingua inglese è certamente adatta al cantato, soprattutto perché spesso consente di veicolare dei significati in maniera molto sintetica ed efficace, senza rinunciare alla densità dei contenuti. Tuttavia, è anche vero che non è la nostra lingua madre e questo rappresenta un ostacolo, perché per quanto si conosca bene una lingua straniera, molto difficilmente si sarà in grado di esprimere davvero ciò che si vuole tramite essa. Rimarrà sempre, in un certo qual modo, un’operazione artificiale e artificiosa, destinata irrimediabilmente a fallire. Usare la nostra lingua madre ci consente di superare questa difficoltà e di giocare liberamente e, soprattutto, consapevolmente con le parole.
Masca: A Gennaio 2018 sono entrato a far parte del progetto Üt. In quel periodo suonavo con due cari amici nel trio post-hardcore Cchidasma, che entro poco si è congelato. Gli Üt-regaz, contattandomi, mi dissero che sarebbero voluti passare ai testi in italiano. Figata, perché posso fare più cose. Personalmente non sono il tipo che rincorre il contenuto perfetto, e dato che non ho mai visto perfezione da queste parti, mi accontento di una forte espressione, sincera, ma anche astratta o evocativa. La grande forza impattante di qualsiasi testo che capiamo risiede nel significante, e non nel significato, che paradossalmente è per me posteriore, ma comunque importante in quanto celato. Quindi sì, italiano, e ancora italiano; è uno strumento che conosco meglio di altri, perché in culla quello arrivava.

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Si nota anche una volontà comunicativa molto forte e una necessità di maggior respiro nei brani per farla emergere e nonostante nessuna concessione al facile ascolto. Questo mi sembra abbia anche portato alla costruzione di canzoni forti, ognuna con il suo proprio peso specifico. Immagino fosse questo il vostro obiettivo.
Eman: Se ti riferisci ai testi dei brani, credo possa venire più naturale sentirsi particolarmente connessi con la lingua “della quotidianità”, che peraltro è un veicolo più intellegibile e forse giudicabile, per lo meno in ambito nazionale. Credo che diventi anche più difficile “bluffare”, haha! Scherzi a parte, credo che uno dei punti di forza di Masca risieda proprio nell’evocare un immaginario astratto e fortemente d’impatto, ma chiaro nell’intento, senza perdere il fuoco o cercare associazioni di parole effimere o totalmente fini a sé stesse. Poi magari invece a casa tira i dadi e accoppia delle parole a caso creando delle supercazzole dadaiste! Personalmente ho recitato un testo in inglese in uno dei due interludi del disco, ma è un riadattamento di parte del testo del brano successivo, scritto da Masca, quasi come fosse una parentesi onirica strettamente legata al significato del testo stesso.
Üto: Visto che Eman ti ha parlato principalmente del lato lirico, mi concentro più su quello musicale. Cercare di creare brani che avessero maggior respiro al proprio interno è esattamente uno degli obiettivi che personalmente mi ero prefissato nel dare vita a Resonare. Uno dei principali difetti che ho sempre riscontrato negli ÜT è infatti l’eccesso nelle variazioni: spesso, ascoltando i nostri dischi precedenti, mi è capitato, e mi capita tuttora, di pensare: “cazzo, questo giro è troppo figo, perché l’abbiamo fatto durare solo per venti secondi? Perché non torna nel corso del pezzo?” Cose di questo genere hanno secondo me sacrificato all’altare della velocità e della brevità idee che invece avrebbero meritato di essere valorizzate maggiormente. Già nel disco precedente, Il pozzo e la piramide, si era tentato di fare qualcosa in questo senso, ma solo con Resonare abbiamo iniziato a ragionare davvero su come creare maggior spazio, cosa che consente non solo di mettere l’accento su certe parti, ma anche (e qui ritorniamo parzialmente al discorso sui testi) di inserire meglio le parti vocali, non più costrette in pieghe dalla forma di angusti angoli acuti. Questi nuovi spazi sono qualcosa di più simile a onde sinusoidali.

Ho trovato la produzione molto centrata al risultato, qualcosa che oltre a essere cesellata e puntuale, mette in luce anche una visione di altri tempi nel voler ricercare un suono adatto a mettere in luce primariamente la personalità della band. Come avete lavorato da questo punto di vista?
Eman: La registrazione dei brani è stata fatta allo Studio K di Bernardo Russo ed è avvenuta in un tempo relativamente breve: parti strumentali prevalentemente suonate “dal vivo” mantenendo il feel e l’interazione dell’esecuzione, con alcune sperimentazioni successive relative al mixaggio, alle voci d’insieme e ad elementi puramente “noise” che abbiamo ritenuto essere coerenti coi brani, o che potessero legare il discorso d’insieme. Credo che anche la prerogativa di Berna sia quella di catturare un sound il più diretto possibile, con un tocco di saturazione in più dove opportuno. È comunque uno di quei dischi dove il sound d’insieme è dettato da sessioni ravvicinate e non dall’unione di brani registrati a distanza di tempo l’uno dall’altro.

Una cosa che mi ha davvero colpito è che il disco nasce come una riflessione all’interno di ciò che è stata la brutta stagione pandemica, eppure sembra proprio che parli dei giorni nostri e di un momento in cui la libertà di espressione, come anche la vita sociale e politica, sia compressa sotto l’attacco del capitalismo e della visione di destra più radicale. Che mi dite a riguardo?
Eman: Le tematiche fondanti del disco sono intrinsecamente legate al periodo e al contesto storico e socio-culturale che stiamo vivendo in questo decennio. Considerando il nostro vissuto, probabilmente nel complesso è quello finora più oscuro e preoccupante proprio per le ragioni che hai citato. Brani come Architettura Basic sono piuttosto diretti e sarcastici, altri più astratti e semanticamente poetici, ma delineano un contesto e uno stato d’animo a mio avviso poco fraintendibile. Detto questo, a livello puramente personale ho anche dei ricordi molto belli legati all’album: la genesi di alcuni brani, lo “sprint” finale e la sinergia che si è creata nel periodo di messa a punto, poco prima di entrare in studio, l’attesa e la nascita di mio figlio e la sensazione di essere coinvolto nella creazione di qualcosa che sentivo appartenermi a livello artistico.
Üto: Questa domanda è davvero complessa, esigerebbe molto più spazio per essere sviluppata adeguatamente. Credo che nel processo di composizione abbiano influito moltissimi elementi e su molti livelli differenti, in maniera sia conscia che inconscia. Cercherò di individuarne i tratti essenziali, consapevole di non riuscirci dato il poco spazio a disposizione. Noi siamo doppiamente prigionieri: non possiamo fuggire dall’epoca in cui viviamo e, contemporaneamente, non possiamo fuggire da noi stessi. Da sempre, in ogni situazione, noi esseri umani ci troviamo sempre e solo nella condizione della gettatezza: dobbiamo imparare a vivere, senza mai riuscirci davvero. Soprattutto, dobbiamo imparare a convivere con noi stessi, con quanto di oscuro si annida dentro di noi, con i nostri fantasmi, le nostre paure, i nostri difetti, le nostre incertezze. La condizione umana è universale: travalica lo spazio e il tempo. Al tempo stesso, non siamo mai e in nessun caso avulsi dal contesto nel quale ci troviamo: l’idea di una natura umana assoluta e insensibile alle esperienze è una mera illusione. Neppure chi decide deliberatamente di ritirarsi nel mezzo di un bosco può fare a meno di respirare l’aria del proprio tempo, non c’è niente che si possa fare per sfuggire a questa forma di condizionamento. Stiamo vivendo nell’epoca del fascismo capitalista globalizzato, sorretto dal potere immenso della tecnica. Un’epoca in cui si è totalmente persa ogni forma di coscienza di classe, cosa che ha reso possibile trasformare i rapporti lavorativi, e dunque economici, e dunque sociali, in una nuova forma di feudalesimo. Siamo davvero nel mezzo di uno dei momenti più soffocanti e coercitivi della storia dell’umanità, perché quest’ordine mondiale si basa sulla falsa percezione, da parte dei cittadini, che, a conti fatti, le cose non siano poi così male, che tutto sommato i diritti fondamentali dell’individuo siano garantiti, così come un certo livello di benessere. Naturalmente è solo un’illusione, ma è un’illusione molto potente, che consente di mantenere lo status quo.

In qualche modo nel disco si percepisce anche una visione del controllo ed è molto particolare anche qui che sia nato in un periodo con quello della pandemia. Personalmente penso che le persone abbiano confuso il vero controllo, quello trasparente e costante che vuole contenerci come dei semplici consumatori, con l’utile distanziamento sociale che esiste non solo da quando esiste l’epidemiologia, ma proprio da quando nella storia si è capito dal basso che alcune malattie si trasmettono con la prossimità. Cosa pensate a riguardo?
Eman: Per quanto riguarda la pandemia e il lockdown posso darti una risposta molto personale: prima di trasferirmi in Italia, fino a metà del 2021 vivevo a Londra, dunque ho passato le fasi più critiche legate al Covid proprio in Inghilterra. Pur essendo ben consapevole del dramma collettivo, grazie ai miei interessi artistici e musicali credo di essere riuscito ad affrontare il 2020 mantenendo una qual forma di centratura e alimentando le mie passioni, contattando amici e conoscenze sparse per il mondo in modo da scambiare e creare materiale musicale a distanza, conscio dei rischi dettati dall’epidemia e accettando il distanziamento a livello fisico proprio per le ragioni da te descritte. In un certo senso, ho provato a creare forme alternative di avvicinamento sociale, in un contesto dove una metropoli di livello mondiale era ferma come un paese di provincia, dove diverse persone ormai inglobate in uno stile di vita che lasciava poco spazio all’introspezione nell’arco di poche settimane hanno visto venir meno tutti i propri paradigmi di riferimento.
Üto: Come in ogni momento di crisi nera, anche durante il periodo del Covid gli esseri umani hanno dato il peggio di sé, senza rendersi minimamente conto del fatto che, come osservi molto acutamente, il controllo e la coercizione si esercitano a ben altri livelli e in maniera decisamente più complessa. Quando, ci si può davvero dire liberi? In quale momento delle nostre misere e fugaci esistenze? Esiste davvero qualcosa in noi che non sia in qualche modo pilotato dall’alto? Siamo davvero sicuri di essere in grado di decidere da soli ciò che ci piace, ciò che vogliamo, la vita che vogliamo vivere?

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“Architettura Basic” mi fa pensare a come la struttura capitalistica sia tesa a conformare l’interiorità umana a sua immagine e somiglianza. Mi piacerebbe conoscere meglio il vostro punto di vista a riguardo.
Eman: Come ho accennato prima è un testo smaccatamente sarcastico, riferibile a quel tipo di attitudine che uno può ritrovare nei paninari anni ‘80 così come in alcuni modelli attuali. “Architettura basic” era proprio una di quelle espressioni gergali da paninaro, un po’ come “Gallo di Dio” e altre cazzate, almeno stando alla foto trovata su internet di una pagina di quei giornalini dell’epoca. Ho pensato fosse appropriata come metafora di partenza per rappresentare la pochezza interiore, costruendoci poi sopra un testo che andasse ad esplorare la tematica. Espressioni e termini desueti come “formatta qui il tuo floppy cerebrale” o “la città da bere” sono un rimando a quel tipo di gergo ed epoca.

Ho apprezzato molto l’equilibrio che avete trovato in un brano come Grammatofenomenologia: melodia al passo dell’inquietudine e parole che tirano forte in favore di destrutturazione e azioni concrete per modificare lo stato delle cose. Mi piacerebbe me ne parlaste.
Eman: L’inquietudine della parte musicale probabilmente è dettata dal delirio per trovare parcheggio al pomeriggio nella zona dove al tempo avevamo la sala prove, per quanto assurdo possa suonare! Ti racconto l’aneddoto, per farti capire: era un periodo in cui suonavamo da poco insieme come formazione attuale, e tra un brano e l’altro Nic provava spesso qualche fill o pattern che suonava piuttosto jungle. Da qui abbiamo iniziato a scherzare sul fatto che “gli Üt avrebbero dovuto fare anche un pezzo jungle”, e una volta ho aperto il computer e buttato giù nella DAW quell’idea di arpeggio e di ritornello, schiaffandoci sopra una sequenza jungle di drum machine Un copia/incolla ignorante, per intenderci. Ho associato quel tipo di groove nervoso al fastidio che uno prova quando gira come uno scemo per le stesse strade sperando che qualcuno porti via la macchina e ho salvato il file come “Jungla da parcheggio”, gioco di parole che è rimasto legato all’idea finché Masca non ha scritto un testo serio per il brano. Lascio a lui la parola per ogni considerazione a riguardo.
Masca: Come dici tu Massimo, il tema centrale del brano, in quanto a parole, è proprio la Destrutturazione e l’azione concreta atta alla modifica dello stato delle cose; ma anche la critica più astratta e la riformulazione di idee e immaginari. Diciamo che mi sono sempre trovato molto d’accordo con il concetto usato da Carmelo Bene, prestatogli da Denis Diderot e Oscar Wilde, che dice: «L’immaginazione imita, ma è lo spirito critico che crea». Sottrarre, slegare e ricostruire. Questo mi ha ispirato molto.

Da queste riflessioni emerge una certa visione impegnata del gruppo. Vi definireste un gruppo politico oppure non amate essere inquadrati in questo modo? E contro cosa oggi è per voi fondamentale combattere?
Eman: Credo che in un contesto come quello degli Üt sia piuttosto difficile se non quasi impossibile avere una visione qualunquista delle cose. Mi riferisco anche alla scena musicale e agli artisti che abbiamo citato precedentemente, è inevitabile che ci sia un’attitudine e un modo di pensare che sposa una linea politica di un certo tipo. E questo non comporta per forza l’agire in maniera programmatica utilizzando retorica e messaggi esplicitamente politici, significa per noi semplicemente essere connessi con quel che esprimiamo, anche nelle cose apparentemente meno concrete. Non so se si parli di “combattere” o meno, ma per me è importante avere la capacità di identificare questo contesto ipnocratico che alimenta odio e paura come strumento di manipolazione, segregazione e amplificazione delle disuguaglianze sociali. Un contesto caratterizzato anche da una crescente limitazione delle libertà personali, di espressione e libera circolazione, da un’atrofizzazione del pensiero critico, dal dilagare della disinformazione a livello sistematico, dall’appiattimento culturale e da offerte d’intrattenimento “usa e getta” da consumare in fretta e dimenticare in ancora meno tempo.
Üto: Tutto ciò che si fa nella vita ha una connotazione politica: scegliere quale marca di vestiti indossare, che cibo mangiare, in quali luoghi passare le nostre giornate, in compagnia di chi. Quindi è più che normale che questo coinvolga a maggior ragione un’attività “alta”, se vogliamo dire così, o “artistica” come il fare musica. Nulla è neutro o neutrale nel modo in cui, in quanto ÜT, decidiamo di agire; il genere che facciamo, i testi dei nostri brani, come scegliamo di produrre e registrare i nostri dischi, in quali luoghi decidiamo di andare a suonare. Siamo politici nel modo stesso in cui ci poniamo. Nessuno può sfuggire a questo, neppure chi si dichiara disinteressato alla politica.

Per chiudere mi piacerebbe conoscere lo stato di salute del gruppo che dal disco mi sembra molto buono e dei piani che state pensando per il prossimo futuro.
Eman: A parte la demenza che nel lato quotidiano della band è sempre galoppante e gode di ottima salute, in questo periodo nel nostro piccolo stiamo cercando di far “risuonare” Resonare, che al di là del pessimo gioco di parole ricordiamo essere un’autoproduzione e quindi di godere di un supporto piuttosto limitato. Inoltre, tempo permettendo stiamo già iniziando a lavorare su delle idee per del nuovo materiale, che timbricamente e a livello compositivo potrebbe anche essere un po’ più scuro ed incazzato viste le premesse. Poi chissà dove queste idee e quelle a venire ci porteranno effettivamente, una volta tirate le somme…
Üto: Sono davvero soddisfatto dell’attuale incarnazione degli ÜT: in termini strettamente musicali, questa è la miglior formazione con cui abbia mai suonato nella mia vita, stiamo migliorando sempre di più la nostra affinità e credo che questo darà sempre migliori frutti in termini compositivi. Lo vedo chiaramente già in questo momento, in cui stiamo lavorando su nuove idee e nuovi brani. Vedo l’approccio che abbiamo nel lavoro, ed è qualcosa di completamente diverso rispetto a tutto ciò che abbiamo fatto finora: c’è una cura nei dettagli, una sensibilità verso le sottigliezze e le piccole sfumature che mai ho riscontrato in precedenza. Questo mi rende davvero felice e sicuro del fatto che il prossimo disco sarà una vera bomba. Nel frattempo, cerchiamo anche, con enorme difficoltà, di portare avanti l’attività live per far girare il più possibile la nostra musica e farla conoscere a più persone possibile. E qui si aprirebbe tutto un altro capitolo, dedicato al terribile mondo dei concerti in Italia, caratterizzato da una scena putrida e marcescente piena di clientelismo e mafie da quattro soldi. Ma appunto, per approfondire questo tema ci vorrebbe un’intervista a parte.