Jim White – Inner Day (Drag City, 2025)

Dagli Happy Orphans ad Inner Day. Questa potrebbe essere il brevissimo racconto di 45 anni di musica per uno dei più grandi batteristi contemporanei, Jim White da Melbourne, Australia.
Molto legato a Conway Savage nei suoi primi progetti, poi a Mick Turner, si esercita in molteplici generi prima della notorietà fuori dall’Oceania con i Dirty Three. Inner Day è soltanto il suo secondo album da solista (cosa non rara per un batterista tutto sommato rock/folk/western, per come potremmo raccontarlo in tutta semplicità) e brano dopo brano ci svela il mondo di un sessantatreenne che sembra divertirsi un mondo a fare ciò che ama. Se il primo album, All Hits: Memories, era una raccolta strumentale di brani per batteria e tastiera qui sembra ci sia più aria tra i solchi, una maggiore libertà molto rinfrescando. Il suono è insieme folk e spazioso, aereo in qualche modo, pur declinandosi in maniera molto differente fra un brano e l’altro. Quel che colpisce è il tocco e la pulizia di Jim, che riesce ad esaltare ogni singola nota ed ogni sua coloratura, costruendo brani che rapiscono la nostra attenzione nella loro semplicità. Difficile citarne uno rispetto all’altro, tanto che sembrano ognuno un piccolo ingranaggio cesellato con cura per poter funzionare con il resto del lavoro. Mosse, accorgimenti, sperimentazioni (sento palline da ping pong nella toccante Cloudy)che destano e mantengono accesa la curiosità nel seguire l’opera. Il pregio maggiore di Inner Day è quello di costruire dei piccoli mondi calorosi, intimi e sognanti riuscendo a suonare in maniera coerente e sorprendente insieme. Quando poi, in un paio di riprese, arriva la voce di Jim a prendere la nostra attenzione il tutto si eleva ancor di più: una narrazione semplice e lineare, una voce calda. Nient’altro per bearci, impressione amplificata dal suo botta e risposta insieme a Zoh Anna, voce che non si limita ad un duetto ma che porta i due ad un’avventurosa costruzione fra generi e stili. Poi domina tratto si prende il suo tempo, il suo respiro, portando un brano come 11.12.2024 ad allargarsi ed allunarsi fin dove l’ispirazione lo ha sorretto, per quasi dieci minuti di pura bellezza.
Ecco, Inner Day è un disco bello, con dei suoni belli, che ti si attaccano al cuore anche se sono fondamentalmente atti di percussione, che non vorremmo finissero mai. Sapere di Jim libero di sperimentare a fianco di anime affini come Guy Picciotto ed a Jeb Cohen ci fa stare bene e non vorremmo la finissero mai.