Da una decina d’anni ormai la violinista e cantante Jessica Moss ha dato parti di sé alla musica che parte da Montreal, Constellation Records in primis avendo militato in A Silver Mt. Zion e Black Ox Orchestar. Unfolding è stato registrato da Radwan Ghazi Moumneh e come unico altro musicista presente vede Tony Bucks agire in sottrazione in One, Now. Il resto è Jessica, il suo suono, le sue battaglie ed il suo pensiero, per un lavoro che si lega a più riprese al conflitto in Palestina, in una sorta di crescita emozionale ed emotiva alla quale da artista risponde con le sparse parole disseminate nel disco e le corde dei suoi strumenti. Già dal primo brano, Washing Machine, si percepiscono un’intensità ed una cura di una musica mai sopita, che parte da fonti tradizionali e voci registrateper trasformarsi in viaggi ed esperienze. A tratti sembra di ascoltare il dopo durante le canzoni di Jessica: scenari martoriati ed inermi, vellicati dai suoni della musicista che in qualche modo trascende le forme canzoni per dare vita a dei veri e propri dipinti. I ruoli dei brani vanno ad unirsi in una catena che esplicita testardaggine e resistenza, qualità che trovano poi vie molto più eleganti nella polpa sonora che la musicista sceglie di lasciare davanti a noi. Armata di violino, strumento che nella sua storia è sempre stato il più preciso nel colpire il cuore degli ascoltatori e delle ascoltatrici ci porta in una notte torba e buia, in una no where che sembra un non luogo oscuro e terrificante, dove il briciolo di speranza tocca metterlo a noi ascoltatori. In questa fase del disco la musica di Jessica sembra un ricordo luttuoso, un lenitivo che ricorda quanto accaduto e quanto ancora accada, senza sconti né facili ganci melodici o drammatici. L’ultimo brano, until all are free, si prende tutto: rintocchi, la voce della Moss che riprende i titoli dei brani, facendoci venire letteralmente i brividi. Un disco bellissimo, un disco necessario.
Jessica Moss – Unfolding (Constellation, 2025)
