Non si stenta a credere a Jeff Gburek quando scrive di essersi accorto solo a sessione già iniziata di essere intento a suonare durante il Nowruz, l’equinozio di primavera secondo il calendario persiano, nonostante avesse acceso incensi e candele. Sono in qualche modo vasi comunicanti di intenzioni, suggestioni ed epifanie che si traducono in ispirazioni libere per viaggi che da solitari si traducono un vere e proprie unioni. La chitarra del musicista con base in Polonia rintuzza oriente ed occidente, fra scale e paesaggio che riescono ad espandersi oltre i meridiani di appartenenza in un cheto flusso di coscienza. Tutto l’album infatti è stato registrato in una sessione di cinque ore con una chitarra acustica, due microfoni, un delay, un pedale ed un loop.
Appare chiaro come ormai Jeff sia uno dei musicisti in grado di lasciare il segno ad ogni agito, personale e singolare nel suo integrarsi in un concept senza mutare, ma adattando il suo passo alla
circostanza. Prendete Meend Meditation, che fin dal titolo riprende il glissando di molta musica indiana: ascoltatene gli otto minuti ed apparirà chiaro come l’India sia non un pretesto, ma una porta che si apre su moltissimo altro. Le variazioni che Gburek mette in altro sembrano da una parte conservare una spiritualità funerea (su Tabor: Landraji Szi ci si potrebbe anche immaginare un Johnny Cash al microfono) oppure una languida linea che li collega con l’Andalusia come nella Tabor: Szelem Szelem, prima di finire su tocchi felici e decisi senza che il tecnicismo si trasformi mai in sfoggio, in dimostrazioni fini a se stesse. Ognuna delle dieci tracce continuate nel disco ha un perché, un senso di esistenza, la facoltà di parlarci ed il finale di Building Heaven in Hell’s Despite forse ci trasmette anche altro, forse è il senso che la costanza e l’arte abbiano per fortuna ancora senso in queste barbarie. Su Jeff dovremo tornare e parlarci quanto prima, ma ora godetevi il suono, il rito e la magia.

