Isolated System – Hopeless (Autoprodotto, 2026)

Che Rimini avesse un’anima scura, sotto la patina luccicante delle estati in riviera, ce lo aveva già detto Il Lungo Addio; oggi lo ribadisce Isolated System, evocando un immaginario meno connotata geograficamente e dal respiro internazionale, in linea con un’idea di post-punk che è sì suono, ma soprattutto attitudine.
A curare ogni aspetto del progetto – scrittura dei brani, arrangiamento, testi e grafiche – è Geraldine Samsåra, che con Hopeless esordisce mettendo in luce una serie di punti di forza – in primis la voce – forieri di positivi sviluppi.
Post-punk, si diceva; il terzetto di brani centrale, formato da Birthday, Human e Diyng, paga tributo ai numi tutelari, chiamando in causa, col basso in evidenza e le ritmiche secche e marziali, i Joy Division e i primissimi Death In June, ma già i ritornelli, evocativi e rumorosi, spostano l’asse su coordinate noise-rock. Altrove, il legame col genere è dato dal tono riflessivo ed esistenzialista dei testi, mentre il suono sconfina in territori limitrofi: Wish e Shoot sono decisamente punk, hard e dissonante la prima, scarna e diretta l’altra, mentre Tide e Loss/Defeat (la migliore dell’intero lotto), col loro incedere lento e la sezione ritmica in funzione di elemento espressivo, richiama il rock industriale dei Nine Inch Nails (ma a noi più attempati ricorderà piuttosto J.G. Thirlwell/Foetus). È forse questa la strada più interessante da battere, dove la personalità dell’artista emerge con maggior forza, staccandosi dai modelli di riferimento, operazione necessaria e solo parzialmente attuata. Già matura, invece, la voce, a suo agio nei momenti sguaiati così come nei passaggi più crooneristici; una delle muse ispiratrici pare essere PJ Harvey, ma qui il riferimento più prossimo, anche per gli ambienti musicali entro cui agisce, mi sembra Lydia Lunch. Tirando le somme, le carte in mano di Geraldine sono buone: investendo su queste, con qualche mirato inserimento, si porterà a casa una mano di tutto rispetto.