I/O – Polytone (Fratto9 Under The Sky/Ebria, 2007)

Puzza di piccolo gioiello questo disco nuovo degli I/O, ma detto fuori dai denti, non credo che ci volesse molto a intuirlo quando, non paghi di un ottimo esordio, iniziarono a spostare il tiro. Il debutto di questi milanesi era ancora zozzo della placenta materna di Starfuckers e di Sinistr(i)aglie varie e poi sentii dei primi vagiti mezzi funk jazz e mi domandai che minchia stessero combinando… E’ passato un po’ di tempo, hanno iniziato a camminare sulle loro gambe storte e a quanto pare non è che si siano posti molto il problema se entrare nel regno degli uomini eretti o no, ma semplicemente hanno iniziato a camminare come potevano/volevano (ora se volere è potere resta un problema di chi vuol proseguire e del caro Friedrich Wilhelm). Prima che uscisse questo disco gli I/O li ho visti dal vivo e lì mi ero accorto che erano molto meno frammentati di un tempo, che la voce non era il loro punto debole come credevo sul primo disco, ma che invece macinava gioco su molte fasce del campo mentre tutti erano occupati a guardare i centravanti. La batteria è più che mai negroide, tanto che Hamid Drake potrebbe anche dare l’ok, anche il contrabbasso riporta ancora qualche scoria jazz e nel primo pezzo, oltre alla forma, dà così tanto cuore da aprire l’ascolto (tutt’ora l’hit single del disco). Mentre la sezione ritmica gioca ad incastro ed a spostare le mattonelle del pavimento, la chitarra più che post-funk (e quanto funk c’è in questo disco) suona post-punk, anzi, no-wave, ma le cose non si escludono, anzi, rimandano alle distorsioni cerebrali di James Chance e di tutta una generazione di sciamannati senza ritegno. Purtroppo quel riferirsi a ritmi e riff imperterritamente continui/seriali non mette in luce tutta una parte “astratta”, e una tensione “quasi ambiental-freakketona” (è pur sempre uscito anche su Fratto9 oltre che su Ebria) del disco che in episodi come il settimo narcotizza senza pietà. A differenza dell’esordio dove il disco rientrava nella categoria dei dischi fighi ma di cui si fatica ad andare al riascolto Polytone è perfettamente integrato nella fascia del “quasi ascoltabile/fruibile”, dove quasi si “rischia” di essere “ascoltabili”. Spento?… acceso?… acceso, acceso… decisamente acceso.

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