Intervista a Kono Dischi, le risposte di una famiglia analogica

Kono Dischi è una realtà che ormai da anni, sul territorio biellese, porta avanti un discorso di promozione musicale basato sulla condivisione, sulla compartecipazione, sull’amore per le registrazioni analogiche e sul diy. Da qui sono nati gruppi come Sabbia, Crushed Curcuma, Norse e Concrete Mountain: tutti rigorosamente registrati in casa, nel loro studio. Ma la “famiglia analogica”, come loro stessi si definiscono, non è solo questo: si occupano anche di promuovere artisti esterni come Elisa Begni e i DAWZZ, di organizzare eventi presso la loro sala prove, l’ultimo dei quali ha avuto come protagonista Blak Saagan. Ora, in concomitanza con alcuni eventi dal vivo organizzati per il prossimo futuro, stanno progettando di far uscire un doculibro su tutto ciò che hanno fatto negli anni: quale migliore occasione per scambiare con loro due parole?

Personalmente sono entrato in contatto con voi la prima volta chiedendo un’intervista a Marco De Grandi, dopo lo scioglimento degli Electric Ballroom (sigh). In realtà il collettivo muove i suoi primi passi molto prima, vi va di raccontare gli inizi e come si sono evolute le cose?

Le radici di Kono Dischi stanno tutte nella sala prove di Candelo, all’interno del Ricetto medievale che la ospita, e attorno al primo disco dei Lemura – Arthena: questi due fattori scatenanti sono stati come una vera e propria calamita per alcuni di noi, al tempo musicisti gravitanti nella assai frammentata scena musicale biellese. Una volta varcata la soglia della saletta di Candelo per molti di noi è scattato qualcosa, frequentare quel luogo era diventato per molti un’esigenza primaria.
In quel momento non c’era ancora l’idea di costruire un’etichetta, c’era semplicemente un gruppo di persone che suonava, registrava, si incontrava, provava a capire come far uscire un disco, come farlo girare, come organizzare concerti, per far sì che quella musica non rimanesse chiusa dentro i confini della piccola provincia di Biella.
La scintilla è stata proprio accorgersi che intorno a una band si poteva costruire qualcosa, che potevamo mettere a disposizione del prossimo le competenze maturate nelle esperienze musicali precedenti in ambito di registrazione, promozione, stampa fisica dei dischi, video, merchandising, relazioni e concerti.
La saletta di Candelo è stata fondamentale perché non funzionava come una di quelle sterili sale prove a pagamento, dove arrivi, suoni due ore e te ne vai: era un luogo di passaggio, di aggregazione, di permanenza. La gente passava intere nottate insieme a noi, ascoltava, chiacchierava, proponeva cose, e forse, in quel luogo, trovava un’oasi felice lontana dalla noia dei bar di provincia. Da quelle serate, da lunghe jam session, sono poi nati altri progetti, dai Sabbia in poi, e nel tempo Kono Dischi è diventato sempre più un collettivo, una famiglia di musicisti fatta di tecnici del suono improvvisati e poi sempre più consapevoli, di persone con la voglia di mettersi in gioco nonostante le risorse spesso limitate, in un clima di totale fiducia reciproca e dove sbagliare non era solo concesso, ma necessario per evolversi e arrivare al suono che si desiderava ottenere.
L’evoluzione è stata graduale, sia per i luoghi che ci hanno ospitato, sia per le tecniche di registrazione e le macchine adottate nel corso degli anni. Ogni fase ha aggiunto qualcosa: prima l’urgenza, poi la coesione, poi la possibilità di progettare uno studio vero e proprio. Oggi Kono Dischi è fatta ancora dell’istintività e voglia degli inizi, ma con un po’ più di esperienza: un collettivo nato dal basso, da una saletta di neanche 20 mq, e cresciuto fino a costruire un modo autonomo di produrre e pubblicare musica.

In un’epoca in cui tutto sembra assolutamente votato al digitale, voi operate ancora in analogico. Una scelta molto affascinante e ammirevole. Come nasce l’amore per la strumentazione analogica? Soprattutto, come avete acquisito tutta l’attrezzatura ed è poi così tanto difficile e impegnativo averci a che fare?

Questa scelta deriva da una serie di cose: sicuramente c’è una fascinazione ancestrale che il nastro esercita su di noi, poi c’è la questione economica (banalmente, all’epoca avevamo trovato il Tascam 388 a 300€ e quello era ciò che potevamo permetterci), poi il caso e infine la voglia di trovare nuovi approcci di lavoro. Come anticipato sopra, nella maggior parte dei casi le risorse (molto) limitate ci hanno spinto ad arrangiarci con quello che avevamo in condizioni molto concrete, tanto che le primissime registrazioni nella saletta di Candelo sono state fatte con una scheda audio della Beringher da 19€: pochissimi soldi, strumenti trovati o recuperati, voglia di arrangiarsi, curiosità verso macchine che sembravano permettere un approccio diverso. È curioso realizzare oggi che, probabilmente, i limiti che abbiamo dovuto accettare sono diventati parte integrante del metodo. Un aspetto che sicuramente amiamo della registrazione in analogico è che alza l’asticella della preparazione dei musicisti in fase di registrazione: registrare su nastro lavorando con pochi canali, sapere che l’editing non è immediato come su un computer, sono tutti fattori che costringono le band ad arrivare più preparate, ad ascoltarsi di più, a prendere decisioni prima e durante la registrazione. In questo senso l’analogico non è solo un suono, ma un modo di stare dentro il processo che influenza enormemente la produzione del disco che stai registrando. Il TASCAM 388 a 8 piste, poi il TASCAM MS-16 a 16 piste, e infine l’OTARI MTR 90 a 24 piste sono stati anche strumenti di apprendimento collettivo, perché ogni avanzamento tecnico dello studio ha cambiato un po’ il modo in cui suonavamo e pensavamo i dischi.
Al di là di questo, non scartiamo a priori l’idea di registrare in digitale, tecnica che abbiamo utilizzato e tuttora utilizziamo se la produzione lo richiede; e anche continuando a preferire l’ analogico, il riversare i brani in digitale resta un passaggio obbligato per poter pubblicare e far circolare la musica sulle piattaforme di streaming.

Il vostro supporto principale è giustamente il vinile. Una cosa che molto spesso salta fuori è che, in qualche modo, l’uso di questo supporto è diventato una moda. Siete sempre soddisfatti di come suonano i dischi o ci sono margini di miglioramento? Avete un fornitore di fiducia per i vinili?

Non siamo mai del tutto soddisfatti, e forse è anche giusto così, perché vuol dire che puntiamo sempre a migliorare il prodotto finale che ascoltiamo. Ogni disco che esce ci rende contenti ovviamente, perché è un pezzo nuovo del percorso, ma allo stesso tempo ci fa sentire subito cosa avremmo potuto fare meglio: una scelta di microfonazione diversa, un dettaglio di mix e/o di mastering, l’equilibrio tra gli strumenti all’interno dello spettro sonoro. Il margine di insoddisfazione è ciò che ti fa tornare in studio con una consapevolezza diversa e con la voglia di produrre un disco migliore del precedente.
Il vinile, per noi, non è solo un formato “bello a tutti i costi” o una posa nostalgica: è fisicità, è un oggetto con una sua durata, che impone di fermarsi e cambia il modo di ascoltare perché ti costringe a pensare ai lati, alla sequenza dei brani, all’artwork, al gesto fisico di prendere in mano un disco e di poter godere di tutti i dettagli. Dentro Kono convivono anche CD e musicassette, i supporti fisici restano fondamentali perché restituiscono concretezza a un lavoro che altrimenti rischierebbe di sparire nel flusso indistinto e caotico delle piattaforme digitali.
Sul fornitore non possiamo dare una risposta troppo secca, è anche questa una parte del processo che può cambiare a seconda del progetto, dei tempi di stampa, dei costi e del tipo di uscita. Quello che conta davvero, per noi, è che il supporto sia coerente con il disco e con il modo in cui è stato pensato. Il vinile funziona davvero quando non è un feticcio estetico, ma una scelta che va di pari passo con l’intera produzione.

Negli anni avete organizzato serate e secret show, ci sono degli aneddoti o delle storie che vi va di rendere pubbliche, riguardanti questi concerti?

Di aneddoti ce ne sono moltissimi, ma non siamo sicuri che possano essere raccontati, quest’intervista si trasformerebbe in un’enciclopedia della demenza. Però, forse, l’immagine più giusta non è un singolo episodio spettacolare, ma è quella di spazi piccoli, pieni fino all’inverosimile e saturi di fumo, in cui le cose succedevano perché a qualcuno veniva l’idea di farle succedere e aveva un branco di sciamannati dietro pronti a dare corda. Parliamo dei secret show in saletta a Candelo, delle Merende Snoise nella pericolante saletta TINVAL (una ex-tintoria n.d.a.) di Cossato, delle serate al Vecchio Mulino che finivano al mattino dopo, del festival Note Lunatiche, di LaNera: situazioni diverse, ma accomunate dalla stessa logica di fondo, cioè costruire un contesto dove la musica potesse accadere anche senza una struttura già pronta ad accoglierla.
Uno degli episodi che racconta bene lo spirito di quegli anni è il release party del primo EP dei Sabbia nella saletta di Candelo, con pochissimo spazio e tantissime persone, strumenti ovunque, gente dentro e fuori. Era una cosa chiaramente sproporzionata rispetto ai mezzi, ma proprio quella sproporzione era parte dell’energia e dell’esaltazione nostra e di chi stava ascoltando il concerto.
Queste serate sono state linfa vitale perché ci hanno mostrato che Kono non era solo un catalogo di uscite, ma anche un modo di costruire momenti: organizzare concerti, anche piccoli, significava capire come accogliere una band, come farla suonare bene, come creare una situazione credibile anche quando tutto era fragile o improvvisato.

Ora un tasto forse dolente, come va nel territorio biellese? Secondo voi c’è spazio per chi intende realmente realizzare qualcosa di originale? Locali ed eventi vedono a volte la vostra collaborazione, in che rapporti siete chi gestisce questi spazi?

Il territorio biellese non è un contesto facile, come non lo è la vita in provincia in generale per chi cerca di mantenere viva l’offerta culturale, ma è esattamente questo che ci spinge a inventare e realizzare quello che abbiamo in testa. Per molto tempo è mancata una vera continuità: magari c’erano i musicisti, magari c’erano i luoghi, ma mancava spesso una mentalità capace di mettere insieme le cose. Qualcuno di noi ha avuto la fortuna di vivere l’ultima parte della storia del Babylonia, club alle porte di Biella da cui è passato il meglio della scena underground internazionale, forse uno dei pochi luoghi ad aver fatto da collante tra i musicisti. Poi però nel 2005 il Babylonia ha chiuso e ci siamo trovati con un gran bisogno di spazi di aggregazione, di persone che si riconoscessero in una stessa urgenza, di qualcuno che dicesse “se una situazione non c’è, proviamo a crearla noi”.
Rispetto a quegli anni alcune cose sono di certo migliorate, ci sono persone con cui confrontarsi e con cui, quando si trova una linea comune, si riescono a fare cose belle e artisticamente valide. Ad esempio, ci troviamo spesso a collaborare con Spazio Hydro a Biella, che ad oggi costituisce l’unico luogo che ha le carte in regola per essere considerato un club per la musica live.
Con gli spazi del territorio cerchiamo sempre rapporti basati sull’affinità e sulla fiducia, non ci interessa occupare una data qualsiasi in un posto qualsiasi, e quando questi rapporti non sono possibili, continuiamo a inventare quello che non c’è, per esempio trasformando il NostudioRec di Cerreto in un posto in grado di accogliere fino a un centinaio di persone e che ha già ospitato artisti come Lili Refrain e Blaak Sagan. Quello che ci interessa, oltre a suonare e produrre musica, è continuare a costruire momenti in cui le persone che ci hanno sempre dato fiducia venendo ai concerti si trovino bene e possano, in una qualche maniera, sentirsi parte di una scena musicale.

Negli anni Kono ha mai cambiato “casa” e come siete arrivati a quella attuale?

La storia di Kono si può raccontare anche attraverso le case che ha abitato. La prima, come detto in apertura, è stata la saletta di Candelo, il luogo delle origini, dei Lemura, dei Sabbia, dei primi tentativi di registrazione e di quell’idea di collettivo che ancora non aveva una forma definitiva. Poi c’è stata la TINVAL di Cossato, una vecchia fabbrica umida, ruvida, uno scenario molto punk e precario, ma di fondamentale importanza perché ha permesso a vari musicisti di conoscersi e a diverse band di crescere nello stesso ambiente: Concrete Mountain, Crushed Curcuma, Norse, H.O.B.O. e altri progetti che gravitavano intorno a Kono.
La TINVAL è stata importante anche per le prime forme di organizzazione autonoma: secret show, Merende Snoise, video live, prove di convivenza tra band. Era un posto fragile, ma proprio dentro quella fragilità si è creata una coesione forte. Poi nel 2020 l’alluvione che ha colpito il Biellese ha fatto venire fuori tutte le criticità strutturali di quel posto e reso evidente che bisognava cambiare casa. Dopo valutazioni e tentativi di restare alla TINVAL, la scelta è stata cercare un posto più adeguato.
Arrivare a Cerreto Castello ha significato cambiare visione. Non si trattava solo di trovare una nuova sala prove: era immaginare uno spazio che potesse contenere anche lo studio, una regia, una forma più stabile del NostudioRec. È stato un investimento economico, fisico e mentale, ma comunque necessario per la sopravvivenza di Kono e dei progetti che volevamo sviluppare. Da lì sono passate molte produzioni importanti, sia interne che esterne al collettivo, e Cerreto è diventata davvero una nuova casa più organizzata e più accogliente, ma comunque ancora legata alla stessa urgenza degli inizi.

Saletta Kono Dischi

 

Quanto è importante la collaborazione tra le persone per dare vita a un collettivo come il vostro? Vedendo come siete organizzati ora si intuisce che dietro ci sia un lavoro enorme, fisico ma anche organizzativo… quanto è stata dura mettere in piedi Kono Dischi?

La collaborazione è essenziale all’interno di Kono, che non è nata come una struttura con ruoli già definiti, ma da persone che avevano voglia di fare e che, a un certo punto, si sono inventate un ruolo: chi suonava, chi registrava, chi si occupava di grafica e video, chi di serigrafia per stampare il merchandising, chi di concerti, chi di comunicazione. Molte cose sono state imparate facendole e basta, sbagliando e riprovando.
Quando parliamo di “famiglia analogica” non intendiamo un’immagine romantica dove tutto è sempre facile. La famiglia, a pensarci bene, è anche un luogo di fiducia incondizionata non del tutto spiegabile: non scegli sempre chi ti capita accanto (partendo dai nostri stessi genitori, fratelli o sorelle), ma impari a riconoscere che con quelle persone puoi permetterti di provare, fallire, tirare fuori un’idea assurda e cercare di renderla concreta. Questo tipo di fiducia è stata essenziale per mettere in piedi il collettivo. È stato faticoso all’inizio e anche ora non sempre è tutto in discesa: c’è il lavoro fisico degli spazi, delle macchine, dei cavi, dello studio da sistemare. E poi c’è il lavoro organizzativo per seguire un’uscita, stampare un supporto, preparare il merchandising, comunicare un disco, trovare date, coordinare band e collaborazioni. La cosa che rende tutto sostenibile è che l’etichetta non è percepita come un servizio esterno, ma è più un’estensione delle band e delle persone che la abitano.

Uno dei più grandi riconoscimenti è forse stato il disco “Domomentál” dei Sabbia, disco italiano del mese su Rumore nel marzo 2023. Altre soddisfazioni delle quali andate fieri?

Tutti e 37 i dischi pubblicati e i prossimi a venire (non fa una piega, direi n.d.a.)

Sabbia in Studio

Avete anche una buona attività dal vivo fuori dalla città, vi appoggiate a qualcuno per l’organizzazione? Dove vi ha fatto più piacere suonare?

Suonare fuori città significa soprattutto entrare in relazione con circuiti affini e iniziare a far parte di una rete, e questo è uno degli elementi vitali più importanti per la nostra attività live perché non è soltanto una questione di booking o di calendario, significa trovare realtà che condividono un certo modo di intendere la musica indipendente, l’autoproduzione, l’accoglienza delle band, la cura dei contesti. In alcuni momenti ci siamo appoggiati anche a persone o strutture che ci hanno aiutato ad alleggerire il lavoro organizzativo, come è successo con la collaborazione nata con Savana Concerti intorno ai primi live dei Sabbia. Allo stesso tempo, molte cose sono nate da reti informali come amicizie, etichette indipendenti, collettivi, spazi che si riconoscono nello stesso linguaggio. Questo è particolarmente evidente per progetti come i Norse, che si muovono dentro una scena punk dove le coproduzioni e le connessioni tra realtà geograficamente lontane sono parte stessa del modo di esistere di una band.
Non riusciamo, tra tutti, a identificare un posto in particolare che possiamo ricordare come “il più bel concerto”, perché a volte i concerti e i festival più “agghindati” sono quelli che ti lasciano con l’amaro in bocca o con la sensazione che a quella serata mancasse qualcosa.
Possiamo però dire che i concerti che ci restano dentro sono quelli in cui non ci siamo sentiti semplicemente ospiti di una serata, ma parte di una situazione, quando chi organizza, chi suona e chi ascolta riconoscono di stare dentro la stessa cosa.

Resta un’ultima domanda ed è d’obbligo farla sui progetti futuri, qualche anticipazione sulle prossime attività?

La direzione è sicuramente continuare a divertirci facendo quello che abbiamo sempre provato a fare, ma con strumenti migliori e una consapevolezza maggiore: pubblicare nuovi dischi, far crescere il NostudioRec, costruire situazioni dal vivo, collaborare con artisti interni ed esterni a Kono Dischi.
Tra le cose che possiamo anticipare ci sono nuove uscite come quella di Adhalune, al secolo Ilaria Testa, una musicista e polistrumentista dal talento smisurato che ci ha lasciati di sasso mentre registrava il suo disco, armata solo della sua voce e di una chitarra acustica; ci sono poi i Norse che pubblicheranno a breve uno split e il lavoro dei Sabbia intorno alle sonorizzazioni dei corti di Buster Keaton, che dopo essere state suonate dal vivo in alcuni cinema e teatri sono state registrate, sempre al NostudioRec. In parallelo c’è anche la volontà di raccontare meglio la nostra storia, e il doculibro va in questa direzione: non vuole essere un’autocelebrazione, ma un modo per mettere in fila luoghi, persone, errori, macchine, dischi e momenti che hanno costruito Kono Dischi dal 2014/2015 a oggi. La cosa più importante per il futuro di Kono è che non si perda il contatto con le origini, restando una famiglia analogica anche mentre proviamo a diventare più strutturati.

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