Infesta in azione. Troppo tardi per ignorarlo.

Il ritorno di Infesta sembra arrivare in un momento di riconoscimento e di luce per l’artista ticinese, almeno a livello locale. Ma, al contrario, la sua espressione musicale ed il suo nuovo disco è profondo, oscuro, abissale. Intrigante notare come questi opporti si sposino e come siano gli spigoli a fare del progetto di Marco Guglielmetti realtà importante ed in movimento in un mondo sempre più connesso e personale nell’opera di Infesta. Lo abbiamo intervistato per capirne di più.

Salve Marco, ti avevo lasciato su una passerella per ritrovarti in un abisso blu. È stata una caduta od un tuffo?

Direi piuttosto un tuffo tra le due opzioni, ma cercare i titoli dei dischi è sempre qualcosa che sorprende quindi, diciamo che quando ho realizzato tutto il blocco di canzoni che è diventato Abisso Blu non sapevo ancora che si sarebbe chiamato così. Col senno di poi, a fine produzione, scavando tra le parole dei testi mi sono detto che sarebbe stato un buon titolo, esattamente com’era successo con Passerella. Va anche a descrivere un po’ l’universo sonoro ed emozionale che vuole raccontare il disco quindi direi un tuffo nell’abisso.

Quando hai scritto questo nuovo lavoro?

Allora, a livello temporale l’ho scritto a settembre 2024. Quindi sì, già qualche tempo fa mai tempi discografici sono così…io lavoro inizialmente veloce poi mi prendo il tempo per rifinire sia le strumentali che i testi, poi fare i mix ed anche il lavoro di ricerca label, stampa, promozione. Ora che è uscito a febbraio 2026 sembra tantissimo tempo ma è così.

Come agisci? Lavori sui testi e poi li suoni oppure ti segni la musica e poi componi?

Quasi sempre compongo prima le strumentali e poi i testi, è un po’ il mio modus operandi, nel senso che metto giù spesso anche le strutture definitive delle canzoni, suonando anche tutta la linea di basso per la struttura, intro, verso, ritornello e poi una volta completato questo metto giù anche una linea vocale, spesso improvvisando le parole. Quando faccio questo son circondato da libri, testi che ho già annotato, frasi che ho già annotato e che magari ripeto più volte e questo mi serve per bloccare la linea vocale non tanto come significato quanto come linea melodica. Quindi in un secondo tempo a volte conservo frammenti di queste ispirazioni oppure vado a riscrivere tutti i versi in un secondo tempo.

Il tuo esordio usciva per Dee Dee’s Picks mentre ora stai su Stanze Fredde ed Òsare. Ha la capacità di portarmi sempre in luoghi a me sconosciuti. Com’è successo?

Allora, con Dee Dee’s Picks abbiamo deciso di non continuare perché il loro concetto è proprio quello di pubblicare un’opera per artista, quindi costruire quasi una library di musica. È una produzione che è andata molto bene e della quale sono contento, una volta terminato il mix del secondo mi sono un po’ guardato intorno perché in realtà erano già etichette con le quali ero già venuto in contatto. Stanze Fredde è una label giovane di Torino che sta facendo molte pubblicazioni soprattutto in digitale negli ultimi anni e si sta muovendo molto sulla scena dark-wave con queste sonorità vicine alla mia synth-wave in Europa quindi si stanno aprendo ad una grande comunità e quando sono entrato in contatto col loro mondo ho pensato che com’era sicuramente un’affinità d’intenti. Durante il tour del 2025, quando ero in giro a suonare per l’Europa ho suonato con un’artista francese, Larsovich, facendo anche qualche serata con Tommaso Leporale e Bianca di Stanze Fredde, quindi conoscendo di persona i due principali attori dell’etichetta ed anche umanamente è stato un ottimo match. Abbiamo fatto anche una serata a Lugano, al Cerchio, dove sono venuti a metter musica loro ed una volta conosciuti ci siamo detti che dovevamo fare assolutamente il disco insieme ed uscire su Stanze Fredde. Con Elena Colombi, che è la responsabile di Òsare Editions dal Regno Unit sono entrato orma in contatto digitale. Elena ha uno slot da programmatrice su NTS ed ai tempi dell’uscita di Passerella fece passare un paio delle tracce. Le scrissi, scoprii l’esistenza di Òsare Editions dove ho fatto un po’ di ricerche, amando molto una compilation che ha pubblicato e poi il disco di Johannes Haas aka L.F.T., Blood in the Grass ed è stato naturale anche domandare ad Elena se volesse collaborare. Elena è venuta a suonare ne 2025 al Fresh Festival, una data che ho contribuito ad organizzare ed anche in quel caso ci siamo conosciuti personalmente, ci siamo piaciuti anche personalmente ed artisticamente ed è nato il desiderio di fare una co-release. Ho quindi preso questi due mondi tirando una linea, entrambi i mondi affini e vicini a me e son contento di camminare con loro.

Di recente ho perso la tua esibizione allo Studio Foce di Lugano, al termine della tua residenza artistica. Quanto è importante un simile riconoscimento da un contesto di azione in qualche modo limitato come il Canton Ticino?

Sì. Allora, partiamo dalla seconda parte della domanda: il riconoscimento mi ha fatto molto piacere proprio perché fornisce questa occasione, questo grande privilegio di lavorare al proprio live ma soprattutto crea un pom un precedente di riconoscimento del valore di un progetto artistico. Questa idea delle residenze la Foce è relativamente giovane ma se guardo i gruppi che sono passati vedo come tratto comune una qualità ed una maniera di fare professionale. Sicuramente mi ha fatto piacere poter godere di questa possibilità ed al contempo veder riconosciuto il mio lavoro. La residenza è andata molto molto bene, è stata un’occasione perfetta per lavorare al love di tutti i pezzi di Abisso Blu. Ho fatto la residenza nel formato di duo con Matteo Simonin che è la seconda metà di Infesta nel formato duo live. Matteo è un cantante bravissimo e suona con me ai synth: abbiamo lavorato a tutte le tracce, non ci siamo permessi di farle tutte e 17, ne abbiamo fatte circa 15, avvisando ad inizio concerto che sarebbe stato un live di un’ora e dieci minuti di godersi l’ascolto di quasi tutto l’album. È stato bello, tante tracce delle quali avevo un po’ timore nella forma live si sono rivelate molto solide funzionando, siamo quindi molto contenti di tutte le future date che potremmo fare.

Non avevate ancora il disco, giusto?

No, dovrebbe arrivare a breve, sarà su bandcamp e lo porteremo con noi ai prossimi concerti. La residenza non era sicura e quando è stata annunciata mi son reso conto che il disco non sarebbe stato ancora disponibile ma è comunque una buona pubblicità fare dei bei concerti per il pubblico di casa anche se non hai ancora il disco.

Come si è trasformato Infesta dal vivo in questi anni? Vi ho sentiti l’ultima volta al Busker Festival la scorsa estate…uscirete per presentare il disco? Come vi muoverete?

Idealmente mi piace molto la forma in duo. Al Fresh Festival a Lugano mi sono esibito da solo ed anche quello è stato un bel test per ritrovare la fiducia ed è andato molto bene. È un momento molto particolare per me perché sono appena diventato padre, quindi tutto il discorso dal vivo andrà adattato alla nuova forma famiglia. Il 13 aprile saremo di nuovo a Lugano, al Cerchio od a Fuori Luga, decidendo di darla proprio per ovviare al contrattempo dell’arrivo dei dischi. Ci saranno anche dei musicisti francesi, Noir Boy George e sarà una bellissima serata. Poi faremo delle date in Francia a giugno, con Marsiglia, poi un festival ed un altro paio di date. Qualcosa in Svizzera e l’idea è quello di fare un giro al nord per ottobre e novembre. Francia, Belgio e Londra, dove stiamo organizzando le date tramite Òsare, quindi rispetto alle date precedenti saranno più sparse.

Con che tipo di musica sei cresciuto Marco? Infesta mi sembra perennemente fuori dal tempo, quasi in maniera sospesa, da dove ti arriva questa capacità?

Allora, per me iniziare a fare Infesta, con le prime demo ed il primo disco, nel periodo post-corona all’incirca 2022 è stato un po’ un punto di arrivo del percorso iniziato nell’adolescenza, facendo quella musica che ho sempre amato ed ascoltato. Musica fatta di sintetizzatori, minimal wave anni ‘80 come ce n’è stata tantissima bella in Italia ed in Europa. Ho iniziato ad ascoltane a negli anni formativi del liceo, come tante persone sono cresciuto col punk, iniziando da solo a fare musica ma volendo tirare una linea sul perché ho iniziato questo progetto è stato proprio il desiderio di avvicinarmi a questo stile che ho amato. Chiaramente non è una musica che è stata praticata e suonata vicino a me nella mia adolescenza (sono del 1990), più un mondo che mi ha attratto già con un sentimento di nostalgia non avendolo vissuto in prima persona. Proprio per questo una realtà di Stanze Fredde, con ragazzi che hanno una decina d’anni meno di me, con gruppi attivi e vivi che rivisitano questo genere trovo siano molto stimolante.

Cos’è il genere? Un conforto o una gabbia per un musicista?

Mah, non mi sento ingabbiato nei generi. Trovo molto difficile trovare le gabbie giustamente per descrivere la mia musica ma ultimamente mi trovo bene con minimal wave nei suoi aspetti più minimali e nella limitazione della strumentazione oppure la canzone italiana comunque, nel suo avere tanto testo e tante liriche, nell’aspetto post-punk per l’energia e per certi colori che lo caratterizzano.

Nella parte centrale del disco cresce un tono epico, che unito al suono marziale crea un’atmosfera bellica. Come hai ordinato le diverse canzoni? Che cosa volevi raccontare?

L’ordine delle tracce è stato più una riflessione su come disporre energia e colori per far sì che il vinile risultasse interessante. Le tracce sono 17 ma sul vinile ci sono solo le prime 15, mette le ultime due sono bonus track per il digitale, mi sono trovato quindi a fare quella scaletta da vinile nella quale tieni conto piuttosto dell’energia dei pezzi che del filo narrativo che vuoi avere. Poi una cosa si intreccia con l’altra, per me era chiaro con che cosa volessi terminare il disco, Sciopero e con che cosa iniziarlo, Ah, mie piedi nudi. Il resto a tentativi.

L’ho trovato molto coerente, fattore molto importante per chi ancora ascolta un disco dall’inizio alla fine.

Sì, sì grazie, questo è un bel complimento per ogni musicista che rimescola le canzoni. A me succede di averle nell’ordine di registrazione e poi affezionarmene. Nel momento in cui davvero faccio masterizzare le tracce e si rimescola è ancora un momento creativo, quindi grazie per il feedback!

Ascoltandoti è difficile non citare CCCP e Faust’O. Come hai lavorato sulla tua voce? È stato spontaneo a livello stilistico o ti ti sei voluto mettere in quel quadrato?

Aah, è stato naturale. Io non sono cantante, penso di non essere troppo stonato e facendo il primo disco pensavo già a come cantarlo live, creandomi una corazza con tante parole, tanto cantato energico in maniera da avere tanto da fare nel live e sentirmi a mio agio paradossalmente. Facendo il secondo disco penso di aver provato a staccarmi dandomi nuovi spazi rispetto a questa corazza, proiettandoli in nuove stanze dove potermi aprire a caratteristiche vocali diverse. Chiaramente portando Infesta dal vivo e provando con Matteo che è un cantante molto bravo ho sviluppato il mio controllo vocale e la mia capacità di cantare dal vivo e questa è una cosa che noto quando riascolto le registrazione delle canzoni. Quando sentirai Abisso Blu dal vivo ti accorgerai di come le linee vocali già cambino rispetto al disco. Rispetto alle tue due referenze sono due artisti che ho ascoltato e che sicuramente hanno uno spazio nel mio subconscio musicale così come tanti altri cantautori e cantautrici italiane. Penso di non provare mai ad imitare uno stile od una cantata: una referenza che ho conscia è quella del Piero Pelù dei Litfiba del primo disco. Un po’ questo cantato italiano sboccato ed energico, questa è una cosa che mi piace pensare di imitare a tratti, soprattutto dal vivo.

Ci sta come direzione!
Ti dividi fra Infesta, Amiata (popmusik), Badalamenti’s Quest, Concetta Spaziale.
Come cambi da leader a componente di una band?

Buona domanda…in Infesta è stata una liberazione poter fare tutto da solo, tutto rapido, indipendentemente scegliendo tantissime cose da solo. Con Amiata (Popmusik) quindi con Marko Miladinović ed ancora con Matteo ci muoviamo vorrei dire quasi traducendo le idee degli altri. Io e Matteo dobbiamo tradurre le idee anche musicali di Marko in strutture che comprendiamo e che possiamo sviluppare. Marko deve comprendere i nostri mondi armonici e quindi penso che in qualche modo ognuno è leader nel suo campo anche in Amiata (Popmusik). Diciamo che mi sento sempre molto libero anche quando lavoro sulle idee musicali di altre persone, anche come esecutore come nel progetto con Radiana Basso, dove mi stragodo il fatto di poter essere solo un bassista!

Abisso Blu. Nell’acqua non possiamo sentire suoni. Ma se Infesta dovesse essere liquido quale sarebbe la sua temperatura?

Penso nello specifico dell’ultimo disco una temperatura che sia nell’oceano già ad una certa profondità, quindi direi piuttosto fresco, freschetto!

Ti interessano le voci femminili? Ascoltando il disco pensavo sarebbe veramente bello sentire la tua voce anche con un contraltare dell’altro sesso. Solo voglia mia od anche interesse possibile e future?

Interessante che tu dica questo perché anche con Elena abbiamo parlato della possibilità di aggiungere delle parti di voce femminile sul disco. Poi un po’ per ristrettezze temporali non abbiamo portato avanti quest’idea ma è buono avere un reminder perché sul prossimo disco potrebbe esserci spazio. Sarebbe bellissimo…

Che cos’è l’ispirazione per Marco Guglielmetti? Come ti attivi e cosa ti scatena?

Penso che per me l’impulso del creare è un po’ un oppormi a quella macchina che ci vuole sempre produttivi in maniera misurabile. Voglio creare per costruire una comunità, per condividere, per ricordare, per celebrare una vita ed anche per fare piacere a me stesso credo. Questa è la risposta corta credo!

Beh, perfetto! Mi sembra nobile e fondamentalmente parte da te e si arriva agli altri, che è il passaggio che l’artista dà al suo pubblico. Quindi ti ringrazio Marco, speriamo di vederti presto dal vivo!

Grazie.