Il suono dei fantasmi, una conversazione con Luca Formentini

Da quando ho iniziato ad ascoltare la musica di Luca Formentini mi sono sempre sentito trasportare da una sincera energia, come se le sue note fossero di una delicatezza necessaria ed onesta e questo trasparisse dalla sua opera. Con questo ultimo lavoro, nato dall’unione e dalla stampa di quattro ep digitali, si percepisce come il suo riuscire a gestire il corpo sonoro fra materia e presenza sia allo stesso tempo leggero e preciso. Non ho resistito dal fargli qualche domanda, alla quale ha risposto con estrema disponibilità e precisione.

Quanto è difficile registrare un fantasma od uno spettro? Con’è nato questo processo e come ha preso corpo?

L’idea dei fantasmi è nata dalla presa di coscienza del come stavo generando musica.
L’immagine che visualizzavo era quella di me bambino, mentre immergevo i miei pensieri fantastici e iper-reali di un mondo nel mondo. Guardavo i rigagnoli d’acqua scavare il loro corso, collegare pozzanghere e scorrere veloci, perfettamente inevitabili, creando percorsi misteriosi. Mi sentivo in pieno contatto con quell’acqua, ne potevo prevedere il corso, quasi questo fosse un punto di accesso per un livello di realtà più puro, al massimo della naturalità delle cose, alla vera essenza.
Relazionarmi con la natura significava entrare in contatto con l’esempio dello svolgersi spontaneo, vera via verso l’autenticità. Questo è lo sfondo su cui I Am Ghosts ha preso forma: lasciare andare il suono e facilitargli il percorso verso piani in cui il senso musicale possa
scorrere libero, senza passare attraverso la grammatica. È il suono a condurre, non il contrario. Le resistenze che a volte si attivavano dentro me durante questo processo
rivelano i miei fantasmi, compaiono assumendo la forma di dubbio o di aspettativa, insicurezze che nascono dal passato in cui vivono gli accumuli
dei vissuti che ci compongono.
Con I Am Ghosts ho voluto liberarli completamente; immobile, in silenzio, come quando si attende che un animale selvatico torni fuori dalla sua tana li ho osservati uno ad uno, li ho riconosciuti, li ho accettati.

La musica ed il suono sono arte immateriale che prende corpo negli strumenti, negli spartiti e nei dischi. Quali sono i tuoi primi ricordi a
riguardo? Sono state le canzoni od i suoni ad entrare nei dischi od oggetti che hanno preso a suonare?

Il vero inizio è stato il suono, ma l’ho capito più tardi, solo quando ho scoperto che certa musica con me davvero non funzionava, ed era stato molto probabilmente per qualcosa che era avvenuto prima. La musica “decorativa” non mi soddisfava, cercavo una profondità maggiore, una
profondità che nascesse sia dall’utilizzo evocativo del suono che da un’intenzione poetica.
Avevo forse 10 anni quando ho avuto la sensazione che la musica fosse già nel suono stesso. Mi ero nascosto sotto ad un pianoforte quando alzandomi avevo inavvertitamente messo la mano sulla tastiera facendo suonare la cassa armonica vicinissima a me. Sono rimasto lì, avevo
sentito fisicamente il suono, avevo visto un’arcobaleno cangiante in un suono apparentemente immobile.
Non è stato l’unico caso, ne sono seguiti altri attorno a quell’età, che molto dopo ho capito essere stati fondamentali per quanto riguarda la mia profonda relazione con i drones.

Una presenza importante in questa produzione mi sembra essere Petulia Mattioli. Cosa vi ha portato a collaborare? Che immaginario volevate costruire?

Petulia collabora con l’etichetta Curious Music da tempo, è stata una bellissima sorpresa sapere che sarebbe stata lei ad occuparsi della
grafica. Avevo avuto modo di conoscerla vent’anni fa attraverso i suoi lavori video, la sua produzione mi aveva sempre profondamente
impressionato per la sua capacità di completare e non semplicemente accompagnare.
Ricordo perfettamente la prima telefonata, le sue domande, le mie risposte. La sensazione di essersi immersi in una profondissima operazione di osservazione dell’anima. E’ stato l’inizio di una collaborazione che ha dato al progetto uno spessore maggiore perchè per la ricerca della sua forma visiva è stato necessario attraversarne le pieghe più nascoste.
E’ stato anche molto bello collaborare con un’artista “lei”, cosa che accade purtroppo troppo raramente.

Che rapporto hai coi fantasmi? Ci credi i sei scettico? Hai mai avuto esperienze o sensazioni di presenza, magari grazie al suono?

Se intendi parlare di presenze che manifestano la loro esistenza fuori dal piano fisico, sì, certamente. Attraverso il suono? Certo, il suono è vibrazione percettibile, come il profumo che ci fa rendere consapevoli dell’aria e del respiro. Il suono mescola tutto con un’ampiezza non
misurabile perchè dipende solo dalla nostra soggettiva capacità o predisposizione percettiva.
Stiamo parlando del non visibile, dello spirituale, del mentale, del ricordo, delle paure, dei desideri, della risonanza.

Ho ascoltato I Am Ghosts diverse situazioni e credo sia il suo meglio nelle
tratte solitarie in auto, quasi agendo da filtro o da caleidoscopio rispetto alle realtà esterna. Credi che la tua musica dia il suo meglio su una tela vuota od applicata a panorami esterni?

Credo che ognuno debba trovare il proprio luogo ideale per l’ascolto, e che ognuno abbia luoghi preferiti, o più familiari, ma che questi possano
anche cambiare in relazione all’ascolto specifico. Anche io vivo il viaggio solitario in macchina – ma anche in treno – come un momento di importante intimità e talvolta come capsula temporale.
Quando parlo di ascolto sento il bisogno di specificare una cosa: per me l’ascolto della musica coincide con l’ascolto di noi stessi. O che comunque abbia questo come punto di partenza.
Altrimenti ho qualche dubbio che si tratti di vero ascolto.

Non conosco moltissimo Curious Music anche se ha un catalogo impressionante nell’ambito della musica kraut e Russ Curry mi sembra un
vero appassionato. Com’è succedo questo intrigo ed intrico? Quanto vale per te una produzione del genere?

Confermo, Russ Curry è un vero appassionato (e persona squisita oltre che molto seria), il suo catalogo elenca nomi e album notevoli, è un
immenso piacere avere affidato un lavoro così importante alle sue mani e trovarmi all’interno di un catalogo così importante.

Il supporto ha un’utilità ed un senso credi?

Ho fatto la stessa domanda a Russ quando mi ha comunicato la sua intenzione di pubblicare l’album su doppio vinile, cosa che non era stata
prevista all’origine del progetto ma che mi è stata proposta dopo la pubblicazione del primo EP in digitale.
Russ ritiene la produzione del supporto fisico un elemento indispensabile per l’attività di un’etichetta discografica, non gli si può dare torto visto che oggi l’etichetta non è più un intermediario che si può considerare
indispensabile per la diffusione della musica.
La collaborazione con un’etichetta significa condividere il mio lavoro di produzione con altri compagni di viaggio e con competenze che io non
possiedo. Mi piace il lavoro di gruppo; oltre a offrirmi un continuo contatto con sguardi diversi, prezioso per la maturazione e definizione di un progetto, mi permette di osservare il lavoro non solo dal punto di vista
musicale, aiutandolo a comunicare il suo significato con maggiore profondità.


“Hidden” by Luca Formentini from the I Am Ghosts series. Video by Mario Piavoli.

Dove e come registri abitualmente? Sei un musicista allenato o ispirato?
Qual’è la tua prima sponda come ascoltatore od ascoltatrice? Come funzioni?

Ho uno studio in casa, pensato per poter lavorare con la massima qualità offerta dal digitale ma gestendo l’audio totalmente in analogico. Tutti gli strumenti e i processori sono cablati ad un grande mixer degli anni 90 in modo di avere la massima libertà di gestione del flusso audio. Ho una gestione del routing piuttosto articolata, in buona parte dovuta al fatto che tutte le sorgenti audio sono hardware, che si tratti di strumenti a corda, sistemi modulari, synth o campionatori.
Mi piace che ognuna di queste sorgenti possa essere trattata individualmente da processori esterni, è per questo che il vecchio mixer è
importante: mi permette una gestione molto “fisica”.
Passo fasi di buon allenamento ad altre in cui mi allontano dai meccanismi e dalla memoria muscolare, a volte per scelta, altre per necessità. Ogni volta in cui preparo dei nuovi set live sperimento ingredienti e soluzioni nuove o diverse, fondamentalmente perchè la ripetizione mi annoia. In quei casi spesso nascono spunti che poi diventano il punto di partenza per nuovi brani. L’ispirazione arriva sempre e solo facendo senza cercare, lasciando che le cose accadano, almeno così è nel mio caso.

Domanda scontata, a che vino si abbina I Am Ghosts?
Credi ci siano analogie fra la vinificazione, la creazione musicale e la loro
trasmissione a terzi?

Al mio vino più lento, e più misterioso. Te ne mando una bottiglia a patto che tu mi dica se ti ci ritrovi.
In entrambi i casi la realizzazione del prodotto finito è preceduta da una fase di raccolta degli elementi ambientali e di contesto: la strumentazione, lo studio di registrazione, l’intenzione musicale da un lato e dall’altro il
territorio, i vitigni, la cantina. In entrambi casi la differenza determinante è sempre quella dell’essere umano, fortunatamente. Elementi che vanno interpretati e messi in relazione tra loro, così da permettere la lettura e l’espressione del loro potenziale.
Sembra strano ma spesso mi trovo a invertire i verbi tra questi due mondi; mi capita spesso – e davvero senza intenzione – di invertire ascoltare con assaggiare e viceversa… “ascolta questo vino”.

Che cosa ti ispira come musicista e compositore? Input esterni od interiori? La tua musica è un racconto, un feedback o una descrizione?

L’ispirazione può nascere da un suono, un accordo o da una linea melodica che ti trasporta, da un pensiero in cui ti immergi, dall’opera di un
altro artista, da una passeggiata, da un titolo, da un colore… Non ho strategie, ci sono solo momenti in cui qualcosa genera un inizio, o forse ci sono solo inizi che attendono di essere trovati.
La mia musica non contiene un’intenzione
narrativa. Anche in quei casi in cui vi sono delle parole l’idea è che possa offrire uno spazio per l’osservazione di cosa accade sul piano emotivo di chi la ascolta. Vorrei che potesse offrire un’esperienza intima e personale, che incoraggiasse a mettersi in relazione con il proprio piano più intimo e essenziale.

Quali musicisti ed opere ti hanno aperto le porte del percorso che ti ha portato fino ad I Am Ghosts?

Quali musicisti… mi viene da rispondere “tutti quelli che ho ascoltato” perchè è di quello che è fatta la mia storia. Non ho preso riferimenti
musicali, in I Am Ghosts trovo più chiari i segni assorbiti da Jorge Luis Borges, dall’I-Ching, da Paul Celan, Jenny Holzer, Leonora Carrington…
Credo che la modalità di relazione con la percezione della realtà contenga un potenziale importantissimo per l’espansione del senso di se.

Come vivi la musica in Italia, che tipo di presente credi stiamo vivendo? A volte fatico a capire se i musicisti di una stesa area si rivolgano allo stesso bacino di ascoltatori (esperto e potenzialmente saturo) oppure se ci siano centinaia di nicchie differenti che fanno fatica talvolta ad unirsi…

Nel nostro ambito l’Italia esprime una produzione musicale di grandissima qualità artistica, realizzata in modo eccellente dal punto di vista tecnico. La si trova tanto in produzioni già riconosciute quanto in nomi che non hanno
ancora incontrato – e chissà se mai lo faranno – grandi volumi di ascoltatori. Ascolto molto ma non abbastanza, ci sono sempre cose nuove
e interessanti da scoprire.
Il bacino di ascolto? Si sta ampliando, ma è ancora troppo ristretto. I festival che si stanno dedicando alla musica elettronica e sperimentale
stanno diffondendosi anche in Italia come non era mai successo prima, questo è molto positivo per la diffusione di questo genere o stile.
C’è però bisogno di occasioni e luoghi per suonare dal vivo con una programmazione continuativa, un paio di sere la settimana e magari anche della domenica pomeriggio. Bisogna che diventino tanti, disseminati nelle
città e nelle provincie, curati dai musicisti stessi che a volte ospitano e altre vengono ospitati dai colleghi più o meno vicini così da creare un network.
Serve suonare tanto, incontrare altri musicisti, mescolarsi, ascoltarsi e farsi ascoltare.
In questi ultimi anni stanno nascendo delle bellissime iniziative dai musicisti stessi, iniziano con il formato del festival e sono un punto di partenza per creare delle cellule più piccole ma più costanti, che possano diventare luoghi dove si sa che qualcosa di interessante da ascoltare c’è sempre, e così creare un’abitudine.

Cosa vorresti leggere, guardare ed ascoltare che ancora non conosci?

Ci sono diversi libri, film e album che mi aspettano e ognuno collegherà a nuovi altri…
Vorrei solo avere più tempo.

Grazie