Da bambino potevano prendermi, appoggiarmi a qualsiasi cosa con la mia pila di topolino e riprendermi dopo qualche ora. Il trovare il topastro sulla copertina del nuovo disco di Giacomo Toni, Razzi di fuoco, potrebbe essere segno? Di certo non poteva esserci metodo migliore di iniziare il mese di dicembre che quello con uno scambio di domande e risposte con l’autore di uno dei più memorabili concerti che abbia mai organizzato presso i centri diurni da me gestiti negli anni nel vicino Canton Ticino…
Che storie ti piacciono Toni? Quando hai iniziato a scegliere la musica per raccontarle? Quanto di vero c’è nel mondo di Giacomo Toni?
Mi piacciono le storie che stanno in bilico: quelle che non sanno se finire bene o male e nel dubbio vanno avanti. Ho iniziato a raccontarle con la musica perché a parole venivano troppo dritte, mentre su un piano prendevano il carattere che serviva, puoi farle mentire meglio. Nel mio mondo c’è parecchio di vero, ma è camuffato. La verità mi interessa, ma solo se arriva con un certo passo.
Son passati 19 anni dal tuo debutto. Come ti senti rispetto all’esordiente di allora? A che punto sei della tua carriera? Pensi mai allo ieri ed al domani?
Quello di allora aveva più incoscienza e meno fastìdi, ma lo invidio solo per l’incoscienza. Oggi mi sento meno disposto a tutto, che è un bene e un male insieme. Sono a un punto in cui la scrittura è un divertimento squisitamente privato, ma ho ancora voglia di far casino.Ieri me lo ricordo quando mi serve un metro di paragone, resta il fatto certo che la nostra poetica “esiste” in un altro tempo che non è il prossimo.
Sei un disegnatore di personaggi: se un musicista dovesse prendere te a soggetto, chi vorresti che fosse?
facile: Jelly Roll
Il blues, il jazz, il liscio, la canzone. Giochi sporco coi generi: ti va sempre bene? Mai capitato un Bob’s Country Bunker?
Gioco sporco sì, perché se prendi un genere troppo sul serio muore. Va bene quasi sempre, ma ogni tanto trovi la sala dove ti guardano come se stessi rovinando il pavimento nuovo. Di Bob’s Country Bunker ne trovo uno alla settimana
La partenza di Jelly Roll è trascinante. La gente balla ai tuoi concerti?
Mah, non lo chiamerei proprio ballo, è un’altra cosa più dinoccolata. A Massagno avevo la tua stessa impressione: due sembravano pronti al piano di sopra. Ma è bello così: la musica se arriva alla schiena ci fa quello che vuole.
Come vivi il divieto di fumare nei locali?
C’è aria pulita, più salutare, come quando si sta immersi nell’orrenda natura.
Razzi di fuoco è un lavoro di squadra: che idea avevate del disco?
Volevamo un disco che avesse il passo di una banda che attraversa la strada senza guardare se arrivano le macchine. Qualcosa di largo, sporco, rumoroso ma vero. L’idea era di catturare l’energia di quando suoniamo uno accanto all’altro e uno sopra l’altro.
La big band è compatta. Mi dici una cosa sul ruolo di ognuno? Chi guida? Ce l’avete l’astemio?
Difficile dare un ruolo preciso ad ognuno. Da qualche anno la band si chiama “I Figli di Puttana” e da quel punto di vista siamo tutti compatti. Affrontiamo le canzoni come se andassimo a fare una scazzottata
L’astemio… guarda, lo cerchiamo da anni ma nessuno vuole prendersi la responsabilità.
Lo spacciatore gregario, il guastatore, la Fidelis Andria. Il fascino di chi non gioca per vincere. Quali sono stati i tuoi modelli?
I miei modelli sono sempre stati i numeri 5 senza talento che però corrono, i portieri che non finiscono mai nelle figurine, quelli che non vincono ma ci sono sempre. Mi piace chi lavora ai bordi della scena: dare dignità agli ultimi è un concetto ingenuo e altisonante, ma resta la linea guida.
Un menù per le giornate grasse e uno per le magre?
Giornate grasse: cappelletti fumanti in brodo di piccione, vino rosso e stare a tavola senza guardare l’orologio.
Giornate magre: zuppa di cipolle alla francese corretta al cognac, e stare a tavola senza guardare l orologio
Jelly Roll Morton & The Red Hot Peppers – Dead Men Blues (1926)

