Per sua definizione un Bias è una distorsione, un pregiudizio, qualcosa che non ci permette di agire con la giusta cognizione e distanza su qualcosa. Se a questo aggiungiamo che i due autori di questo brano, Filippo Brandi e Paolo Cantù, hanno deciso di farsi chiamare Unoblique Pattern forse chiarezza e stabilità non saranno le forze preponderanti del loro doppio album prossimo all’uscita. A noi comunque va benissimo così vista la qualità della proposta, una sorta di blues scheletrico e percosso che vive dell’ugola di Filippo come un cowboy vive del suo cavallo e della notte. Il risultato è una sorpresa dolente che non ha paura di mostrare le proprie cicatrici e le proprie lacrime, facendoci immediatamente drizzare le orecchie per quel che potrà essere. Non che ci stupisca, Potlac dei Ludmilla Spleen è stato un bellissimo album lo scorso anno e da quando lo conosco non ho mai sentito nulla di Paolo Cantù meno che eccellente ma. Ma. Ma se ad assalirci era stata inizialmente la paura di una massa forse troppo estesa per un esordio dopo la quarta o quinta volta che gira in cuffia il primo brano a noi concesso sembra abbia bisogno di più spazio per scalciare fra le sterpi.
Aspettiamo ancora un paio di settimane, ne riparleremo a breve anche con loro, con gli UNOBLIQUE PATTERN.
Il Bias degli UNOBLIQUE PATTERN
