Oltre alle colonne sonore per le quali è universalmente nota Hildur Guðnadóttir è anche autrice di album personali, che nascono come quelli di moltissimi musicisti in questi anni. È partita infatti da un insieme di note vocali accumulatesi sul suo telefono per rappresentare il costante scorrere della musica nella sua mente. Un processo che raccoglie quindi idee e spunti raccolti negli ultimi sette anni attorno al violoncello e che si esprime con un tocco ombroso e lieve. La divisione in brani di questi 31 minuti sembra essere più un’esigenza di fruizione digitale che legata all’ideazione dell’album, con un continuum sonoro che si stende come un velo sopra ad una Berlino notturna, che tende a nord. Le registrazioni sono di Francesco Donadello, ormai sodale e maestro di suono della musicista islandese da più di dieci anni e riportano un clima etereo, nel quale spetta alle voci riportare la musica verso la terra. In I Hold close una riflessione che riesce a trattenere informazioni ed emozioni è veicolata dalle ugole di Hildur, Else Torp e Jessica Kenney, regalandoci un momento di rara bellezza. È però la voce delle corde del violoncello di Hildur, della viola di Eyvind Kang, della viola da gamba di Liam Byrne e del violoncello di Clare O’Connell ad orchestrare il mood, l’umore del disco. Un disco che sembra parlare con una natura incontaminata ed ombrosa, quasi si stesse segnando un nuovo rapporto, un nuovo contratto fra forze eterne e sopite ed esseri viventi. L’elemento musicale sembra raccontare questo incontro di suono e voci in una musica condivisa e legata da una connessione. La connessione di un manipolo di musiciste con una rara sensibilità rispetto ad un mondo sonoro che incarnano. Talvolta con le proprie ugole, tradizionali e magiche, scegliendo nel resto del percorso che a risuonare siano i loro strumenti, legni che fanno da tramite fra i mondi in gioco, sancendone la convivenza per una durata eterna, di mezz’ora in mezz’ora…
Hildur Guðnadóttir – Where To From (Deutsche Grammophon, 2025)
