Il tema delle registrazioni sul campo, del field recording e di come questo possa diventare — ed essere — musica ed esperienza sonora, mi appassiona da sempre. Nel mio percorso, dopo un lunghissimo innamoramento (forse mai finito), ho iniziato a chiedermi dove si potesse andare, quali fossero le vie per lavorare in modo creativo con quella materia pulsante senza farle perdere la sua potenza primigenia, cercando al tempo stesso un linguaggio personale e poetico.
Negli anni ho incontrato e amato diverse soluzioni; va detto che, a mio parere, è un percorso di ricerca difficile e rischioso. Trovare un equilibrio tra le masse sonore è una grande sfida, che in questo magistrale lavoro Umezawa e Cordaro affrontano in maniera diretta. Terrarum Murmur è diviso in quattro movimenti della durata media di dieci minuti. La loro ricerca sonora si è svolta sull’isola di Stromboli nell’estate del 2023. Ed è sempre d’estate che è uscito questo disco, esattamente due anni dopo le registrazioni e l’esecuzione dal vivo nella dimensione magica di Casa Carrubo, l’abitazione di Giovanni Anselmo. Un lavoro complesso e stratificato, ma anche godibile e avvincente sin dal primo suono.
Pur avendolo ascoltato per la prima volta sei mesi fa, sono arrivato solo oggi a dare una forma al mio pensiero: perché, esattamente come il paesaggio lavico, questa musica non attira e non respinge, ma è lì, si dona, e sembra nascere direttamente nell’orecchio di chi ascolta. Fa viaggiare nel tempo e nello spazio, riportandoci sull’isola, all’ombra del vulcano, nel momento esatto in cui il suono è stato catturato; e, grazie ai decisivi interventi dei sintetizzatori, ci proietta in un paesaggio futuro possibile, dove gli elementi naturali si fondono e dialogano con una marea di altri suoni, influenze e vibrazioni, dando vita a una narrazione su molti livelli.
L’mmagine che mi è venuta alla mente ascoltando questi movimenti è stata un lungo respiro: il respiro della terra, il suo essere fuori dal tempo e il tempo stesso. Questa musica non è veloce e non è lenta, ma ha un proprio ritmo, un proprio respiro, figlio di un profondo e vigile ascolto delle vibrazioni cosmiche che la attraversano. La prima composizione si apre con gorgoglii, fruscii, gocciolii e un’infinità di altri movimenti acquatici che, nel loro modularsi, mi hanno riportato alla memoria Il Pianeta Azzurro di Franco Piavoli, capolavoro visivo e sonoro del Novecento mai abbastanza riconosciuto. Fin da subito questi suoni naturali instaurano un dialogo con altri elementi: un sibilo che a tratti diventa quasi un rombo, poi campanelle lontane che dilatano lo spazio sonoro, come in un lento ma costante cambio di messa a fuoco. Verso il quarto minuto compaiono suoni che potremmo definire musicali, sicuramente generati da sintetizzatori modulari, ma dall’essenza estranea, dichiaratamente altra. Mentre i movimenti acquatici diventano un delicato ritmo percussivo, questi suoni producono micromelodie affascinanti nel loro avanzare erratico, insinuando nell’ascoltatore un profondo senso di inquietudine.
Il secondo movimento si apre con rombi e feedback che dialogano con un paesaggio dominato dal cinguettare degli uccelli. Filtri, oscillatori e inviluppi danzano su uno scenario che si fa sempre più denso, fino quasi a diventare un unico fascio di rumore bianco. Siamo in una zona sospesa tra vulcano e mare: le vibrazioni che ci inondano, pur riconoscibili nelle loro origini, appaiono nuove, uniche. E torniamo alla grande sfida: cercare una propria voce, una propria visione con elementi sonori conosciuti e storicizzati. Umezawa e Cordaro, in questa seconda composizione, convincono in maniera definitiva. Dal quinto minuto in avanti sembra davvero che Pierre Schaeffer sia emerso dalle acque salmastre per benedire questa musica intrinsecamente concreta, antica e moderna allo stesso tempo.
Con il terzo movimento stacchiamo i piedi da terra e planiamo sulla bocca del vulcano. Un commovente drone apre la composizione: dopo i primi due movimenti, qui arriva la luce quasi bruciante del mezzogiorno che ci coglie di sorpresa, un’estasi data dalle vibrazioni, dagli odori e dai sentori della natura selvaggia che pervade questo brano e tutto il disco. Ci sentiamo trasportati dolcemente, come in balia di una timida marea o di una lieve brezza che riesce a staccarci da tutto facendoci fluttuare in un apparente eterno stato di benessere ed euforia. Il dialogo tra pieni e vuoti, tra il rumore delle onde e gli oscillatori, diventa un’elegia della terra e del cielo, della materia e dell’intelletto, della vita e della morte — o forse lascia intuire una terza via.
Il quarto e ultimo movimento, pur in continuità con il precedente, rivela una sua irripetibile fisionomia: emerge con un tono panico, attraversato da una vibrazione antica in cui la natura sembra farsi presenza assoluta. I suoni si irradiano, escono dalle cuffie e dalle casse sfiorando noi e ciò che ci circonda. La composizione è sfaccettata e cangiante, costruita su droni e su una miriade di elementi che compaiono e scompaiono senza apparente logica; il brano sembra muoversi secondo un proprio ritmo fatto di ripetizioni e scarti, rigonfiamenti sonori e granulari silenzi. Tutto questo ci conduce forse a un’esigenza primordiale: tuffarci, immergerci, tornare a un liquido originario. E siamo lì, grazie a questa musica, con i due compositori, mentre camminiamo lentamente verso la spiaggia, ci spogliamo e ci prepariamo a un energico tuffo verso l’ignoto che ci attira con le sue vibrazioni familiari. Guidati dal lento e inesorabile crescendo che ci accompagna verso il finale dell’ultima composizione, diamo un’ultima occhiata al paesaggio che conosciamo per poi immergerci felici, seguendo il corpo del vulcano che si inabissa — e noi con lui.

