A volte i dischi ti investono, lasciandoti letteralmente estasiato. Ci succede con Headwater di Helen Svoboda, secondo album solista per la contrabbassista australo-finnica, vero e proprio miracolo che trova casa su una delle etichette più illuminate di questi anni, la Room40 di Lawrence English. Helen riesce ad unire un canto prettamente folcloristico e fuori dal tempo che recupera la necessità espressiva ed il passaggio di storie che ad esso fu imputato nei secoli con il suono ronzante e profondo dei bordoni musicali.
Un suono che può farsi impervio, salace, portato dall’autrice a coronare un mondo magico dove le voci si sdoppiano e possiamo immaginare la forza della natura in forma acquatica farsi spazio e disperdersi. Di musica e storie si parla spesso riferendosi alle radici ma non Helen, che scegliendo una sorgente dimostra quanto imprevedibile e sfuggente possa essere il suo spettro sonoro: sceglie di farsi raddoppiare da un altro contrabbasso e da un’altra voce, delegati a Jacques Emery e Selma Savolainen, quasi disperdendo la sua immagine nel loro riflesso. Il progetto di questo disco prende piede come parte di una performance interdisciplinare all’Abbotsford Convent di Melbourne, un complesso di undici edifici e più di diciassette acri del 1850, dove potendo visionarne le fotografie contesto ed energia credo abbiano giocato una parte importante nella creazione dell’opera. Noi non possiamo far altro che scegliere come ascoltare quest’opera, se seguirne gesta ed energie facendoci accarezzare la schiena nella corrente oppure provare a risalirne il percorso, testardi come salmoni o lamprede, per cercare di svelarne segreti ed agiti. Quale che sia la vostra scelta sappiate che vi troverete di fronte una creatura viva e guizzante, inafferrabile e capace di unire folk, jazz e sperimentazione in forme uniche e sorprendenti.
Helen Svoboda – Headwater (Room40, 2026)
