Il ritorno di Harald Grosskopf è l’unione di più mondi, come da ispirazione e storia del musicista germanico, all’opera in quella Bureau B che da anni ormai setta una linea di folle sobrietà teutonica.
Il nostro ha attraversato il kraut-rock e la techno fra il progetto Wallenstein, Ashra ed il suo leggendario lavoro in solo Syntesist, dove riuscì ad unire suono cosmico ed elettronica in maniera unica.
Qui di colpo tributa Davis in Glitches Brew, sorta di viaggio che infila droni e navicelle fra discoteche e strade perigliose. Il risultato sono brani che riecheggiano del brio di Harold Faltermeyer in flash anni ‘80. Ibrida topos cinematografici filtrando la grandeur dei kolossal attraverso stuoli di synth e schermi in quadricromia, lasciando che le sagome di storie e personaggi si staglino visivamente come figure nere sui diversi fondali. A rimanere impresso è quindi un teatro di figure che si muovono sulle musiche epicamente liquide di Grosskopf, che immaginiamo dalle console del suo Garden Studio orchestrare la magia con senno e riguardo, serio e misconosciuto come sull’immagine di copertina, schermato da vetro e gocce d’acqua.
Il groove non conosce frontiere né generi? Si bagna nella bass music, nel dub e nell’electro, filtrate da anni di storia ma rimanendo comunque presenti, mature ed impossibili da ignorare. Il percorso di Grosskopf è stato storicamente quello di non integrarsi con i corsi ed i ricorsi della musica popolare, preferendo ad essa una parvenza di rigidità ritmica senza compromessi. Vero e proprio maestro dei sintetizzatori riesce a guidarli attraverso le sue mappe mentali, dando l’impressione di poter tornare ad essere un faro anche per la presente generazione di musicista. Quest’anno ho avuto il piacere di vedermi dal vivo Quest Master al Roadburn ed ecco, non ho dubbi nello scommettere che se una mano come quella di Harald volesse cimentarsi a definire le sue atmosfere ad esempio in un genere come quello del dungeon synth sarebbe un master terribile da avere nella propria stanza.
Noi godiamoci la possibilità di poter viaggiare tra giungle e mondi sintetici senza dover indossare visori nei guanti, talmente colpiti dal dubitare che la realtà davanti ai nostri occhi non sia altro che un ulteriore illusione algoritmica dettata dalla musica che ci avvolge.
Harald Grosskopf – Glitches Brew (Bureau B, 2026)
