Haile Sainte – Locustès (autoprodotto, 2026)

Haile Sainte torna quando meno ce lo aspettiamo portando seco le locuste, da millenni punizione biblica del nostro (buon) signore. Insieme ad essere dal Texas ci arriva un nuovo groove maggiormente inclinato verso la musica black, con una title track che ha uno swing del tutto invedibile nei suoi cambi di ritmo. I brani sono aperti come banchi dj lavoro od organi scoperti, intensi ed in grado di mostrare le proprie influenze. Jazz, soul, rap il tutto incorniciato in una bassa fedeltà che è più una cornice mentale che stilistica. In brani come Sorry si sentono i succhi che irrorano musica ed ispirazione di Haile Sainte, mentre su Wokhard sembra si utilizzino i medesimi nastri per diversi stati di coscienza, fino a raggiungere un’ebrietà sonora sul quale la voce in primo piano traballa conquistandoci. Pur essendo riuscito ad intervistare l’artista in occasione del precedente lavoro, Ionia, mi accorgo di conoscerne sempre meno intenzioni e gesta avanzando con l’ascolto, come se l’innata qualità narcotica ed ubriacante della sua musica ne offuscasse le gesta. Ed è fantastico perdersi in un mare nel quale riconoscere strali di Raphael Saadiq, Frank Ocean, James Blake, Bon Iver ed Earl Sweatshirt senza essere nessuno di loro ma semplicemente un’entità che vien voglia di proteggere dalle influenze, dal mondo per non intaccarne il suono e la visione. Il suono sembra arrivare da lontano nello spazio e nel tempo, dove l’hip hop stava cucendo le proprie radici insieme al canto e courtx0 passa a dare il proprio supporto in una notte eternamente giovane, lirica come non mai. Il rimbrottio dei fiati, le voci e la continuità dei brani ci danno l’impressione di una creatività continua e legata solo per necessità forzata ad una forma canzone. Una visione in qualche modo ucronica, dove il blues ed il folk di inizio secolo si mischiano con il soul grazie ad un cucchiaio intriso di allucinogeni, psicotropi e fede, dando corpo al monito divino. The Rain in effetti sembra fatta da mugolii che ben di sposano con il ciancicare dei rosari, come se Tricky avesse visto in qualche modo una luce lontana. Poi voci che si uniscono nei solchi e nei corpi unendo una consapevolezza in pluralità leggiadre, rare grooves d’altri tempi e visioni fosche, vero e propri tesori coperti sotto la polvere, falsi d’autore o magie?
Forse la musica spiritual ha una nuova incarnazione, un interprete che brilla ed inquieta di uno shining tutto suo.