Davanti ad un pubblico sparuto i Currenti Calamo, con l’aggiunta di Eleonora Gioveni (già nei Terry Blue) rompono gli indugi nella seconda serata del festival per i 20 anni della radio chiassese (dove debuttai secoli or sono con scarso successo sotto l’alias Fango Bianco). Shair è un minatore con la pila mentre Ludovico un incrocio fra Ariel Pink ed Otto Von Schirac, per un’idea che ricorda più un flusso di coscienza vaporwave passato attraverso i sogni degli Uochi Toki che qualcosa di accomunabile all’odierna scena. Anche il secondo personaggio accende la pila sulla fronte, controparte grave all’acutezza della prima voce, per un brano salmastro fra mareggiate e ricordi lontani. Una volta entrati nel mood si riconosce il racconto ed il messaggio verità del rap, incorniciato da musiche ed ambienti che sono puro sogno. Come se Anticon fosse uscita a Lugano Nord lasciando figli bastardi qua è la, Currenti Calamo macinano grooves letargici mentre Eleonora spippola che è una bellezza suoni e vocalizzi mentre le storie del duo avanza andando oltre dimenticanze e sbagli, in una galassia colorata dalle centinaia di lucine che ornano il palco dello Studio Foce di Lugano. Grooves lontani per un set che di sicuro ha pochissimi eguali a queste latitudini e dimostra stile, coerenza e fantasia, impossibile chieder loro di più. Sono anche bravissimi a ballare e nonostante qualche lungaggine generale (vale sempre, sempre! la regola del 10 minuti in meno rispetto ai 10 minuti in più, la strada è quella sbagliata e per questo bellissima.

Gli I Never Took My Ritalin sono un duo d’oltregottardo uomo donna assortito malissimo, che sembrano partire dai primi duetti di Peaches & Gonzales aggiungendoci chanson française e virtuosismi in svizzero tedesco. Fra maracas e raddoppi vocali siamo al limite del teatro dell’assurdo con un senso del ritmo invidiabile. Dopo il cambio di costumino per Belinda arriva anche il trombone sistemato con un microfono scotchato a sostenere la voce calda di Martina Momo che dal rap strabordante passa ad una soul Music sotto centrifuga, come se Shirley Bassey fosse in allucinogeno nella Langstrasse. Il passaggio al trombone di Belinda normalizza un pochino la proposta, che rimane comunque estremamente convincente, limata giusto da quella follia che aveva fatto breccia nel mio cuore. Ci pensa quindi Martina Momo in freestyle in portando la condizione dei sans-papiers, mentre Belinda inventa un talking blues voce e fiato che si espande in uno scambio culturale attraverso il röstigraben. Poi balli scatenati come la Cuccarini con la droga, maschere da barboncini e misteriosi flauti andini oblunghi. Il tappo V e gli scambi fra i due montano tensione. Sono fermamente convinto che la Russia centri qualcosa con tutto questo, soprattutto per quanto comporti l’utilizzo dei fiati di Belinda, nome d’arte del giovane pazzerello. Si finisce per intonare a cappello What is Love di Haddaway a cappella spinti dalla Momo. Il duo spinge una sorta di edutainment che si raccoglie a spizzichi e bocconi fra assalti sonori e scintille di bellezza vocale. Raccolta una sorta di tromba serpente ci apprestiamo al finale del set, voce che declina in spagnolo moine sexy e muggiti prima di arrampicarsi su anglicismi rochi, rispettivamente italo-disco papettiana ai limiti del terribile. L’ultima parte con Belinda scatenata in extrabeat, Momo alla voce da supermercato per le chiamate in cassa e si conclude con La Macarena, prima di essere chiamati a gran voce sul palco, per un pezzo rap fra il crudo ed il random come annuncia Momo. Voce Momo, trombone, raddoppio vocale e rapping Belinda. Commovente, fino al mansplaning in schwyzerdütsch super folk che ci annienta.

Quando entra Sami Galbi sembra muoversi come un mimo, al centro in una formazione a trio accompagnato da Yann Hunziker, un percussionista dotato anche di pad digitali e dalla tastierista e vocalist Ines Mouzoune. Tre voci, una bandiera palestinese sullo sfondo per un’insieme da subito acido fra chaabi, raï e musica urban. Quando poi Sami prende in mano la chitarra esce uno spleen ed un’intensità incredibile, lanciata dagli strumenti fino a trasformare l’aria sotto di loro. Il pubblico è in parte bloccato ed in parte ballerino, per un set che si discosta dal precedente per una profondità importante. Avendo amato Ylh Bye Bye (uno dei dischi dell’anno senza dubbio) sentirlo suonare dal vivo è in qualche modo magico, ed il carisma di Sami è importante. Chitarra e percussione creano tappeti solcati da voci decise e precise, con le quali prendere ritmi che vanno come frecce. Ormai il dancefloor è partito e volenti e nolenti la sala dello Studio Foce è in perenne movimento fra Lugano, Losanna ed il Marocco, lo spettro si allarga e quando è la tastierista a prendere il microfono ed a lanciare l’handclapping si aggiunge una nota di dolcezza e di passione inedita e larga nell’unione delle voci. Poi è bolgia, ballo ed evocazioni, che dal Nordafrica si scaldano ed arrivano a temperatoure bollenti. La chitarra di Sami sembra spostarsi col vento, all’interno di architetture ritmiche che rendono impossibile fermarsi. È il momento di una cover di un’artista marocchino, memore di un 45 giri trovato da bimbo in casa della nonna, un brano del quale ci sfugge l’autore ma non il ritmo, ancora una volta irresistibile e dotato di frequenza che scuotono e fanno vibrare i vestiti addosso ai nostri corpi. I colpi dei qraqeb, le percussioni metalliche degli gnawa caratterizzano i beats che uniti all’arabo donano al concerto di Sami Galbi la reale sensazione di una tempesta di particelle sonore, per un movimento pressoché perpetuo. Essendo l’ultimo concerto dell’anno Sami annuncia che recupereranno due brani raramente fatti durante i 50 concerti che li hanno tenuti impegnati quest’anno. Lanciano un beat crudo e secco, dritto sul quale Sami si inerpica mai così stretto, lanciando nell’intermezzo strumentale la tastiera verso lidi spaziali. Bass Music ai massimi livelli, dove i metalli della batteria si mischiano senza soluzione di continuità al bendir marocchino per solleticarci in un suono che non ha più tempo né spazio ma soltanto pulsazioni da rincorrere.
Il concerto ormai è finito ma Smikes! ai piatti non accenna a calare il ritmo, spingendo remix caldissimi e danzeresti facendo stillare le ultime energie al pubblico in attesa dell’arrivo di Turbolenta Leila. Una festa con tutti i crismi, dove salutare vecchi e nuovi dj, vedendo il tempo e la musica passata fra le frequenze, sperando che i prossimi vent’anni siano intriganti come quelli appena passati.

