Gregor Samsa – Rest (Own, 2008)

I Gregor Samsa tornano con un nuovo disco, dopo il bellissimo 55:12. Per fortuna non ripetono esattamente la formula con cui il loro nome ha cominciato a girare negli ambienti indie (dove invece la ripetizione, ahimè… è di casa), anche perché sarebbe stato difficile doppiare un disco così bello: e non cambiano neanche troppo, restando così in equilibrio nel mezzo e indovinando le carte per non annoiare ma allo stesso tempo non deludere, mossa che li mostra intelligenti da un punto di vista musicale, e allo stesso tempo felicemente fuori moda nel non mescolare postfunk o postfolk o qualche altro trend al loro suono.
Si può dire che il precedente 55:12 aveva come riferimento un delicato postrock cinematico e sognante condito da dosi massicce di lirismo, cantato a due voci (maschile e femminile) e con impennate sinfoniche ma quasi al netto delle distorsioni: in pratica un qualcosa a metà tra lo slowcore e i Sigur Ros: sinfonici, melodici e trascinanti; il nuovo disco sostituisce quasi ovunque le chitarre con le tastiere, e dimentica quasi del tutto i crescendo più accesi, facendo emergere il ricordo dei tempi d'oro dei Low, ma allo stesso tempo lasciando intatti i vecchi riferimenti. Penso alla giungla di nomi da citare per provare a spiegarmi meglio e mi accorgo che la band è originaria di Richmond, in Virginia, la città dei Labradford, e che uno di loro è stato per un pò nei Gregor Samsa: ecco un buon riferimento, anche se qui siamo su territori molto più "rock". Solo il tempo saprà dire se resterà in heavy rotation nel mio impianto tanto quanto il precedente, ma di sicuro è uno dei miei dischi dell'anno.

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