Teatro Linguaggicreativi per la rassegna Rumorarmonio si spostano, presentando due musiciste che moltissimo ci hanno dato lo scorso anno in termini di dischi. Arrivo alla Factory 32 in leggero ritardo e non so da quanto tempo Karen stia già coprendo di suono ovattato la platea nell’oscurità quasi totale. Una trentina di persone ad occhio e croce (confermando un pochino il timore dell’organizzatore, Michele Agrifoglio) letteralmente ipnotizzati da Golem Mecanique, voce e e ghironda in un continuum sonoro unic ed incredibile. È passato meno di un anno da quando la vidi a Chiasso means Noise, tempistica bizzarra per un’artista della sua caratura e della sua provenienza (è comunque francese, non dietro l’angolo diciamo). Come più volte espresso da lei stessa ance in fase d’intervista il suo quid musicale parte dalla voce, oscura, calda ma mai estrema o paurosa, che colora e si posa su lunghissimi drones di ghironda elettrica. Vengono in mente i canti sacri, i rituali più intimi e la natura buia, dalla quale farci inghiottire. Ma Karen Jebane non è un tramite, non una medium. Karen opera, mettendo a cospetto di chi voglia ascoltarla e vederla un metodo, un dialog con l’altrove che risuona misterioso ed altamente affascinante.
Alterità, alienità, unicità: tutto in una sola musicista, un fantasma, se invisibile, può comunque spaventarci?
Applausi, prolungati, la voce flebile dei ringraziamenti di Karen, è tutto bellissimo.
Quanto Sophie Djebel Rose entra sul palco gli occhi di tutti si posano su di le, luci rosse e blu, una chitarra ed un archetto. Non dice una parola prima dell’attacco, inizia a vociare con un tono basso ed il registro è aspro e drammatico. I suoni delle corde rimangono aspri, la loopstation apre squarci e l’impressione è quella di una fragilità grave e profonda.l’incedere è teatrale, cinematografico, ed il recitato francofono richiama immediatamente reconditi paesaggi boschivi e fuori dal tempo. Il fattore più interessante è l’assoluta assenza di mistero, di scena: sembra a tratti di vedere Sophie dal retro del palco, di leggerne tecniche, strumenti e disposizioni. Blanche Biche è straziante e poetica ma come risultato sembra mancarle il corpo, lo spessore che usciva letteralmente da Sécheresse per assumere quasi un tono bidimensionale, soprattutto nei momenti più sporchi e distorti. Una volta accettato questa condizione è difficile non farsi trascinare in un’atmosfera pungente, drammatica ed inquietante. Sceglie di non prendersi applausi fra un brano e l’altro, tenendo in piedi una tensione amplificata dal suono sinistro che dirige fra pedali, harmonium e la sua voce. Quando i toni si alzano e si crea una sorta di drone tramite i loop ed i suoni del mantice Sophie sembra finita davanti alle porte dell’inferno, facendo salire la sensazione che in un duetto insieme a Karen potrebbero realmente aprire le solfatare ardenti in quanto a potenza ed intensità. Viene in mente l’artigianato artistico degli anni passati, i sodalizi fra l’infernale ed il terreno di Jess Franco e Soledad Miranda, la vicinanza all’atto, alla messa in scena, ad un gesto artistico del quale possiamo percepire l’odore. Spezie acide, frastuoni, momenti recitati ed armoniche a bocca che in qualche modo ci raccontano di un incrocio bastardo di culture e di storie, di fedi e di leggende, un incrocio nel quale anche stasera è stata un piacere passare, incontrando anime affine seduti sulle poltrone vicine alle nostre.

