La genesi di questa intervista è stata lunga, si è allargata coinvolgendo Danilo Ligato ed il sottoscritto, si è persa fra l’etere di indirizzi mail scorretti e si è ricomposta alla fine dell’anno. Che importa alla fine? Del resto siamo soltanto persone che provano a strappare storie ed immagini sopra ai tesori sonori che i musicisti ci offrono. Lori Goldston ha prodotto un disco, Open Space, che da questa estate resiste nel suo esistere negli spazi. In questo scambio abbiamo approfittare di curiosare anche altrove, sperando vi sia interessante leggerne ascoltando i suoni del suo violoncello.
Salve Lori, com’è stato crescere e formarsi a Seattle?
Sono cresciuta a Long Island, un sobborgo di New York City. Mi sono trasferita a Seattle verso i 25 anni, dopo aver vissuto a Boston, nel Vermont ed un pochino a New York. Mi sono sempre trovata bene in una città portuale, dove persone di ogni tipo vanno e vengono per molto tempo.
Che tipo di paesaggio sonoro caratterizzava la città allora e quanto ti ha influenzato questo ambiente, entrando in qualche modo nel tuo suono?
L’abbondanza culturale di New York ed il suo multiculturalismo hanno formato assolutamente il modo nel quale suono e penso la musica. Ho studiato chitarra da ragazza, poi qualche anno più tardi iniziai con il violoncello nell’orchestra scolastica.
Credo di aver sempre avuto un gusto musicale onnivoro ed ho sempre adorato essere sorpresa o ancor più confusa dalla musica. Ho ascoltato moltissime musiche differenti alla radio, trovando dischi bizzarri dalla biblioteca, studiando e praticando diversi generi e stili, fino a quando fui abbastanza grande da prendere il treno da sola per frequentare performance e film in città.
Per molti (io stesso ricordo di averti sentita nominare per la prima volta in quel contesto) sei conosciuta come la violoncellista dell’Unplugged dei Nirvana. Ti annoia o ti infastidisce questa cosa? Avresti mai immaginato che questa esperienza ti avrebbe seguita ancora dopo 30 anni?
Sono grata di aver potuto lavorare coi Nirvana e sono fiera del mio contributo. Amo che la gente sia ancora interessata a questo lavoro, in qualche modo ha ancora molta risonanza.
Ho ascoltato così tante storie fantastiche di come unplugged abbia ispirato musicisti a suonare, oppure a provare qualcosa di nuovo coi loro strumenti, oppure di come fosse stata la prima volta per molti di poter ascoltare il violoncello fuori da un contesto di musica classica. È letteralmente un sogno avveratosi per me.
Non mi sento particolarmente definita da tutto questo, ho continuato a studiare, a crescere ed a cambiare come musicista e ne vado fiera, sono sempre più innamorata della musica e mi sento fortunata in questo.
Il grunge fu un’esplosione musicale e culturale capace di raggiungere un vasto pubblico grazie ad immediatezza, tensione nervosa, violenza, ma anche malinconia e pathos. Questa è una doppia domanda: cos’ha significato questo movimento per te? Quanto credi che questa musica abbia tratto da altri generi, compresa la classica? Sappiano che Kurt Cobain fu un ascoltatore onnivoro e curioso fino ai suoni più sperimentali ed acculturati. Personalmente vedo una grossa connessione con il minimalismo americano, in particolare Glenn Branca come ponte fra questo mondi. Che ne pensi? È solo la mia immaginazione o credi ci sia un fondo di verità in questo?
Kurt era amico dei Sonic Youth che suonarono nel loro primo periodo con Glenn Branca, quindi credo possiamo tranquillamente assumere fosse al corrente della sua opera. Il lavoro di Branca ha aiutato tutti a pensare alla chitarra amplificata in maniera più astratta, elementare, timbrica: fu uno spostamento sismico. Una cosa che amavo nel contributo di Kurt a tutto questo era il suo utilizzare la voce nella stessa maniera, il suo canto era così strutturato, spesso in grado di unirsi ai suoni delle chitarre perfettamente.
Ad Olympia e Seattle a quel tempo c’erano moltissime collaborazioni ed impollinazioni al di là di generi e forme, con spettacoli nei quali insieme trovavi scrittori, artisti performativi, ballerini e così via, la Pacific Northwest ha una lunga storia musicale che oltrepassa le linee, nonostante creda che questa tradizione si stia perdendo al momento. Ai tempi era una mossa bizzarra aggiungere un violoncello ad una band rock, quindi la mia inclusione marcò un interesse per la musica classica. Parlava anche di aggiungere un oboe alla formazione, straziante pensare non visse abbastanza a lungo per farci ascoltare queste idee.
Il suono del disco è avvolgente e minimale, in grado di coprirci completamente come ascoltatori, che tipo di relazione hai col minimalismo? Ti senti connessa a quel tipo di esperienza e di corrente?
Ho registrato questo disco diversi anni fa, in una fase dove stavo ascoltando diversi dischi e performance minimali e volevo aggiungere una mia parte a quel tipo di discorso. La musica fu registrata come colonna sonora per un film molto minimale quindi l’occasione fu perfetta.
Limitando gli elementi melodici e armonici ho spostato la mia attenzione sui dettagli timbrici in un modo diverso. Fu un trio collaborativo: il violoncello, l’amplificatore e me. Non mi sento una compositrice minimalista benché abbia ascoltato questo tipo di repertorio per la maggior parte della mia vita, ed abbia apprezzato la ventata di aria fresca che questi artisti portarono venendo accettati nel mondo dei compositori.
Nella tua carriera hai avuto enormi esperienza di registrazioni, manipolazioni di suono e tecnologie di trasmissione. Ti andrebbe di condividere con noi le tue prospettive sui cambi di prospettiva e tecnologici di questo ambito? In che maniera hanno influenzato le tue composizioni e le tue esibizioni?
Quando iniziai a registrare, nei primi ‘90, si lavorava con il nastro, cosa che amavo molto. Si lavorava con budget davvero esigui, quindi bisognava essere molto efficienti nel portare il mio lavoro in studio, sia che fosse composto od improvvisato. Entravo sapendo quel che avrei dovuto fare con pochissime se non nessuna sovraincisione o aggiustamento.
Spesso la gente parla di voler separare o controllare quel che accade nello studio di registrazione ma sono discorsi che non raccolgono il mio interesse. La soluzione di lusso per me è avere uno o due giorni per traccia ed uno per il mix. Il mio approccio alla manipolazione sonora è anch’esso molto old school: amplificatore acustico o tubolare (eccezioni occasionali per un Sunn solid state), forse quattro o cinque pedali, nulla di troppo complicato. Già senza amplificazione il violoncello fa così tante cose, amplificandolo potrei suonarlo ogni giorno per delle vite intere trovando cose nuove ad ogni volta.
Ho lavorato con persone ascoltando così tanti processi di creazione strumentale in maniere così complesse ma è improbabile che mi prodighi in questo senso.
Sono affascinato dai luoghi e da come il suono si propaghi in essi, come filtri attraverso muri, sotto le porte, nel vuoto. Ci sono luoghi dove ami particolarmente suonare? Ti andrebbe di condividere un’esperienza sonora che ti è rimasta particolarmente attaccata, od un’occasione dove suonare in un determinato spazio si rivelò quasi impossibile?
Una volta suonai uno show amplificato su una barca nel mezzo del Lago di Seattle, il suono attraversava l’acqua creando un eco sulle colline ai suoi lati.
Di recente mi sono esibita con Greg Kelley (straordinario trombettista) nell’atrio dell’enorme e brutalista City Hall bostoniana, un’ambiente veramente strano dove esibirsi.
Quando viaggio in Europa per me è sempre un grande lusso suonare nelle chiese medievali. Le loro acustiche dicono così tanto su come le persone ascoltassero, pensassero e suonassero musica a quei tempi, trasformando il suonarci in un’esperienza di trasporto inter-dimensionale. Immagina quanto fine dovessero essere il loro udito prima di essere assalito dalle strumentazioni moderne.
hai rituali o abitudini con le quali ti concentri prima di esibirti o comporre? Come entri nello stato d’animo giusto?
Lunghe passeggiate, giardinaggio, nuoto.
Yasujiro Ozu. Non ti nascondo che amo profondamente il suo cinema: nel corso degli anni torno spesso a vedere i suoi film e ne amo tutto, ma in particolare gli spazi architettonici e i silenzi. Il vuoto, in un certo senso. So che anche tu ammiri questo grande artista del Novecento. Vuoi raccontarci cosa rappresenta per te e se, in qualche modo, ha influenzato il tuo mondo sonoro?
C’è molto amore per Ozu, il suo linguaggio come regista è così originale e particolare, come un universo dove ogni cosa abbia senso. È così profondamente empatico e fa emergere un tipo di dimensionalità dell’umanità a cui nessun altro si è mai avvicinato.
Era un pensatore molto originale ed è sempre un piacere enorme leggere le interviste che gli sono state fatte. La mia idea preferita riguarda il fatto che i suoi personaggi non subiscano alcun tipo di viaggio o trasformazione: non so se sia un obiettivo o un’osservazione. Possiamo vivere le loro vite insieme a loro, senza l’intervento manipolativo del regista. È una garanzia contro il sentimentalismo banale. Lavorare con i suoi film è incredibilmente appagante, le storie si muovono con grazia e sono in qualche modo allo stesso tempo pesanti e leggere. È meraviglioso immergersi in essi.
Cosa ti ha fatto immaginare e poi registrare Open Space? Che tipo di sensazioni ti ha fatto provare? E, perché no, ti ha insegnato qualcosa?
Qualcuno mi chiese di fare una colonna sonora per un film, che in retrospettiva non credo verrà mai pubblicata. Ero molto felice di questa sfida, ispirata dallo sguardo fisso della camera e dal tipo di concentrazione richiesta per rimanere concentrato su quel tipo di immagine, ha creato l’opportunità per il tipo di esperienza immersiva, meditativa e catartica che cerco spesso di raggiungere con la mia musica.
L’ascolto di Open Space mi ha rimandato ad un album che ho amato molto: On the Other Ocean di David Berman. Non so spiegare esattamente il perché, ma ho avuto delle sensazioni simili all’ascolto, come ci fossero diversi punti in comune. Cosa pensi di questa associazione?
Sto ascoltando ora il disco citato, per quanto mi ricordi per la prima volta. È bellissimo. Sebbene non l’avessi mai ascoltato prima mi è sembrato totalmente commovente: di certo le persone e le idee di quel periodo e di quella scena hanno avuto un’enorme impressione su di me e sul mio modo di pensare e suonare la musica, e su molte delle persone con cui ho lavorato.
Hai avuto occasione di andare nel canyon da dove tutto è partito oppure pianifichi di farlo?
Non ci sono ancora stata ma spero di riuscirci uno di questi giorni.

