GIUOCO – GRONGE – IL GIUOCO DI GRONGE (Setola di Maiale, 2026)

Un tavolo, Marcho Gronge e Luca Giuoco uno di fronte all’altro, scagliandosi mosse temibili come in una sorta di Street Fighter posato ed inscatolato. Così immagino Il Giuoco di Gronge, risultato di uno scambio di materiale durato un anno seguendo mosse e contromosse dell’avversario. Bizzarro ascoltarne il risultato compiuto perché non ci è dato conoscere i cambiamenti avvenuti nell’uno e nell’altro, le astuzie e le potenze, le basi di partenza. Ci rimane soltanto l’ascolto della plancia ormai abbandonata, dalla quale la musica esce come rimbrottio che assume talvolta forme plastiche, come architetture scultoree o come performance immaginarie. Viene in mente il dialogo fra Jørgen Leth e Lars Von Trier in Le cinque variazioni anche se in questo caso non abbiamo un Det perfekte menneske dal quale partire, bensì un’idea di musica, stilistica ed etica ne due partecipanti. Una musica che si muove in luoghi discosti ed ombrosi, dove gli squilli e le tonalità più acute sono viste come stridii minanti una bruma ombrosa. Potremmo inquadrare la musica come ambient-noise, calderone nel quale spesso è la modalità d’ascolto ed il volume a definire l’impatto che il risultato potrà avere sugli ascoltatori. Dal sobillante al disturbante, in grado di riportarci perennemente al dialogo ed alla tensione fra due musicisti che da sempre hanno giocato ed ideato i propri suoni comprendendo bene come fosse impossibile finirli in solitudine e senza un’imprevedibilità. Musica che sembra disegnare ambienti e stanze, riduzioni geometriche ed architettoniche di un mondo interiore indomabile, fra sprazzi carnali che sembrano forzare sempre di più ad uscire ed un utilizzo del pianoforte che ricorda la mano di Vincent Cahay nelle sue scorribande horror insieme a Fabrice du Welz. Già, che con il passare delle tracce il colore che viene dato è un nero plumbeo, nel quale a tratti l’umano fa capolino, come nelle parole promulgate in una nebbia battente in ALTER-EGO. Oppure lo spiritual che si trasforma in un ronzio d’UMANESIMO, prima che tutto finisca di nuovo una foschia umida e raggelante. Un gioco pericoloso, come da sempre quando questa pratica è messa al centro dell’arte, ma che i nostri due performer riescono a portare a termine con sprezzo delle loro forme e certezze, coinvolgendoci in questo viaggio perfettamente calibrato.