Un muro di sintetico rumore bianco apre il primo brano Quando la città brucia come fosse una grande onda sonora che investe e ci avvolge subito. Poi entra un arpeggiato lento ed essenziale, accompagna la voce di Luciano Berio che recita: «Perché la musica quando c’è la guerra, quando la città brucia?». Dopo poco il pezzo si frammenta in flebili brandelli sino a ridiventare rumore bianco, e noi lì, attoniti, con la quasi certezza che il viaggio che ci aspetta in questo nuovo mondo creato da Giulio Stermieri sarà ricco, probabilmente fatto di grandi luci e grandi ombre e non assolutamente pacificato. Chiariamolo da subito: questo non è un disco che vuole farsi ascoltare, che cerca l’ascoltatore e lo accompagna per mano. Proprio no. È un’opera sfaccettata, potente, che sta lì al suo posto e solo chi se la sente e ha un pizzico di coraggio può affrontarla, uscendone però immensamente soddisfatto e appagato.
Solastalgia è il secondo brano di Ouroboros e ci regala reiterazioni rileyane per lo strumento prediletto da Stermieri, l’organo Farfisa 112454-E. Qui davvero ci facciamo trascinare dalle modulazioni che Stermieri genera mentre una voce salmodiante fluttua lungo tutto il brano. Questo mondo sonoro, e un po’ tutto il disco, mi hanno riportato alla mente Bruciare la Notte di Tiziano Popoli, anch’esso un disco dai chiaroscuri molto marcati, frammentario ma con una profonda coerenza e con suoni che, appunto, mi sono sembrati a tratti vicini a quelli di questo lavoro di Stermieri.
Un organo da chiesa, frammentato in granuli, scintille e rarefazioni, è il protagonista dell’ipnotica Spettri Metrici. In questo brano, come nei precedenti, Stermieri dimostra non solo una grande maestria e una predestinazione allo strumento, ma anche molto coraggio e un forte senso del comporre scomponendo. Il brano è realmente una metamorfica scomposizione e ricomposizione senza apparente via d’uscita, un ouroboros tangibile. Il titolo, e forse l’idea stessa del disco, si fanno materia, vibrazione, in questo brano in cui il compositore disegna una propria idea di suono, unica, personale e a tratti commovente.
With Love and Range vive di un unico sample che, nella reiterazione, cambia. Qui Alvin Lucier, Steve Reich e Grandmaster Flash convivono e vibrano nel sapiente comporre campionando di Stermieri. Una scheggia di circa due minuti che si stacca da tutto quello che la precede e la segue, una sorta di intermezzo straniante e coinvolgente.
Gave Up, Couldn’t Resist, quinta composizione per organo cinematografico, è un suono che ci porta alla memoria molti film e compositori di colonne sonore che hanno segnato la storia del cinema e dunque la nostra. Un brano che sa essere fondale paesaggistico e close-up pasoliniano allo stesso tempo. Trovare, elaborare e comporre un suono che ne richiama moltissimi, che sa farsi metatesto musicale, cinematografico, letterario, è di per sé un piccolo miracolo. E questo qualcosa di miracoloso ce l’ha, ma dei miracoli, appunto, che succedono nelle periferie dimenticate, nei sobborghi scarsamente illuminati e di cui solo pochi, per un momento, si accorgono, per tornare poi alla compulsiva reiterazione della vita contemporanea, ma un pochino cambiati.
In Front of Snipers è un’elettrica danza che sa di sabbia, confusione e sofferenza. Tutto sembra essere a un bivio tra l’esplodere e lo sparire. Farfisa e drum machine, anche qui, creano un flusso sonoro originale e al tempo stesso destabilizzante. Seppure nella diversità, questo brano mi ha ricordato uno dei più strazianti e illuminati album della fine degli anni Settanta: 1978. Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano! e, nello specifico, una composizione che amo molto, Return From Workuta. Lì, come qui, oltre alle assonanze trovo un profondo senso di sconfitta e, allo stesso tempo, di rivincita e flebile speranza.
More Ghosts of Our Failures (per R.S.), settima composizione, stupisce e si sposta ancora di registro, come in maniera strabiliante fa ognuno dei brani del disco. In questo caso va a toccare una delle anime di Stermieri, che è profondamente jazz. Qui in realtà non ha senso dire molto, se non invitare all’ascolto, rilevando un interplay dal profondo respiro e dalla grande ispirazione tra Stermieri, Luca Dalpozzo al contrabbasso e Federico Negri alla batteria. Brano assolutamente inaspettato ed è anche per questo coerente e coeso con tutte le altre composizioni, che del continuo depistaggio, dei cambi, delle variazioni, delle rotture e degli scatti in avanti fanno un vero e proprio linguaggio sonoro.
Apparecchi è un brano atmosferico di media durata, che proprio della grana dell’aria, di un ambiente espanso, fa la propria trama, mentre in lontananza si accorda un organo da chiesa e forse si preparano rifugi e nuove astronavi per viaggi interstellari.
Andiamo verso il finale con la nona e penultima composizione, If We Can’t Dance, che da subito mi ricorda le composizioni stralunate dello stralunatissimo Felix Kubin. Un toy piano viene percosso e fatto vibrare mentre ritmi sincopati e claudicanti ci trascinano verso mondi sconosciuti e inquietanti. Composizione che, come tutte le altre, si prende il suo tempo per crescere, svilupparsi e sparire. Un elegiaco organo chiude questo viaggio polveroso tra rottami e vetri rotti e ci porta all’ultima breve architettura sonora, che si intitola Strani Anelli. Qui l’organo e le sue lente modulazioni sembrano riuscire quasi a farsi mondo, a sfilacciarsi sparendo nelle trame delle cose del mondo. Un gran finale, con questa composizione che ci tiene col fiato sospeso sino alla sua completa sparizione.
Un disco unico per un artista sensibile e, ripeto per l’ennesima volta, coraggioso. Coraggioso anche perché ha il coraggio di cercare, nelle composizioni stesse, il loro giusto respiro, portandole a noi come fossero sempre esistite e sempre esisteranno.

