Giovanni Di Domenico-Stella Maris (Kohlhaas, 2025)

Se avessimo una consapevolezza costante di come funzioniamo non funzioneremmo. E se di fatto il sé è un’illusione, allora ci si potrebbe chiedere per chi sia illusorio. Ma non dovevamo accantonare la mente per un po’?*

Una stella che veglia e ci protegge dall’alto mentre veniamo sbalzati dalle onde del mare e della vita in generale: a Stella Maris è dedicata la chiesa in cui Giovanni Di Domenico ha deciso di intraprendere un nuovo viaggio sonoro. Nel compositore ho sempre avvertito una profonda ricerca non solo artistica e musicale, ma anche esistenziale, come accade con i grandi artisti. E in questo caso la mia mente va subito a John Coltrane, al suo Love Supreme e al suo consapevole abbandono allo strumento, che diventa mutante organo esplorativo dell’esistere. Nella mia percezione, il musicista compie qualcosa di simile nella sua torrenziale improvvisazione che fa vibrare per 32 minuti le 2859 canne dell’organo della Chiesa di Stella Maris di Milano Marittima.

La memoria corre istintivamente a Orient Effects di Franco Battiato, suonata sull’organo del Duomo di Monreale: è tutto diverso, ma in un certo senso tutto uguale. In quella viscerale registrazione del 1975 è palpabile lo stato estatico del musicista, esattamente come in questa realizzata a Milano Marittima; e l’assoluto abbandono, la continua sorpresa che regalano queste due diversissime registrazioni, è la stessa. Più volte, negli anni, ascoltando l’autore ho pensato per assonanza al periodo bianco di Battiato e a quella avanguardia minimale e mistica che invase le coscienze tra gli anni ’70 e ’80. Ma questo — pur essendo per me un aspetto importante della musica del compositore romano — è solo una delle sfaccettature del linguaggio musicale sempre più unico che l’artista ha ricercato e costruito negli anni con rigore e ispirazione.

L’attacco è deciso, fulminante: Di Domenico si immerge subito nella tastiera, senza crescendi né introduzioni, e costruendo architetture sonore che sembrano un mare impazzito durante una tempesta notturna procede sicuro, muovendosi con impeto e consapevolezza. Attorno al quarto minuto arriva il primo accordo lungo, che dà e prende respiro, per poi tornare a immergersi nel flusso ma con un passo diverso, muovendosi tra altezze differenti come a voler diventare una cosa sola con l’interezza dello strumento, senza lasciarne inattivo alcun elemento. Ed è al quinto minuto che abbiamo il primo assaggio di una totalità: un momento estatico, unico e irripetibile, in cui sembra che tutto sparisca e rimanga soltanto la massa inestricabile e luminosissima della totalità dei suoni.

L’ascolto di questo lavoro emoziona e atterrisce allo stesso tempo: si respira un profondo senso di urgenza espressiva, come se mente, cuore, respiro, piedi e mani del compositore fossero presi all’unisono da qualcuno o qualcosa che ne fa letteralmente esplodere le possibilità. Questa musica non è paragonabile a nient’altro: è unica e irripetibile. E sia lodato chi decise di registrare, in una lontana notte autunnale del 2021, questa musica che ha invaso la chiesa sino alle fughe dei pavimenti, trasformando l’intera struttura architettonica in uno strumento risonante.

Non è descrivibile ciò che accade, o lo è in modo parziale e limitante — e forse che senso avrebbe? Attorno ai dodici minuti c’è un altro lungo momento estatico: la musica si fa suono puro, respiro umano e al tempo stesso respiro del tutto. Siamo a un picco, su una scogliera da cui il mare si fa rombo contenente tutti i suoni, anche quelli che provengono dalle misteriose profondità inesplorate. Pian piano i suoni si frammentano in brevissimi lampi all’orizzonte, illuminando cose che non riusciamo a comprendere ma che sono lì, vibranti assieme a noi. E forse questa è una delle bellezze di quest’opera: porta l’ascoltatore a sé, inglobandolo organicamente. Arrivati a metà composizione siamo ormai vibrazione, silenzio, riverbero anche noi.

La dinamica dei volumi è anch’essa unica e particolare: dopo più ascolti è evidente che c’è un pensiero originario, un’architettura, ma questa sfugge come un paesaggio lontano che si stende davanti ai nostri occhi per la prima volta, creando sgomento, attrazione, accoglienza in qualcosa che improvvisamente ci appare essere sempre stato lì ad attenderci. Un profondo bordone attorno al minuto venti dona — come se fosse ancora possibile — ulteriore drammaticità, pathos, carica emotiva e mistero.

Sono certo che, se Terry Riley — ormai anziano e raccolto nella quiete della sua vita in Giappone — ascoltasse questo brano mentre sorseggia il suo Gyokuro nella luce tiepida del primo pomeriggio, ne sarebbe felice. Vi riconoscerebbe qualcosa di suo e allo stesso tempo di tutti, perché ciò che compie il musicista non è un rimando né un passo in territori sonori già tracciati, ma un farsi strumento: ascoltatore partecipe di sé, del proprio tempo e della musica che vibra nelle cose. L’autore diventa così un rabdomante sonoro che non possiamo fare a meno di seguire, rapiti dai suoi movimenti magici e stupefacenti.

Assonanze, dissonanze, teneri passaggi e violente reiterazioni dialogano e danzano nelle nostre orecchie, generando un caldo, piacevole, unico senso di totalità. Al ventinovesimo minuto una dolce e acuta reiterazione di poche note ci culla, come un’irripetibile pioggia di stelle cadenti che seguiamo con stupore e commozione, fino al finale: un sibilo, un ultimo respiro. E però non finisce tutto, anzi: questa musica, queste vibrazioni tornano esattamente lì da dove sono venute. Il rito che le ha risvegliate, portandole a vibrare per noi, è terminato; le forze e le vibrazioni risvegliate dalla bravura e dall’ispirazione del musicista sono tornate a essere pulviscolare essenza del mondo. Ma qualcuna di loro inevitabilmente si è persa per la strada e ha deciso di infilarsi nelle nostre orecchie, nel nostro cuore, per non lasciarci mai più.

*da Stella Maris di Cormac McCarthy