Rimanere così, davanti al mistero, senz’altra risorsa che il risveglio mantenuto su ogni fattore in gioco, attento all’invisibile, io stesso trasformato in una domanda vivente. *
In una fredda ma assolatissima domenica di gennaio, una quarantina di esseri umani, con età variabili dai 3 ai 60 anni, si sono trovati al quarto piano di un appartamento di un silenzioso quartiere di Bergamo per ascoltare il musicista e compositore Giovanni Di Domenico per circa un’ora. Questi i dati oggettivi, poi però c’è molto altro.
Iniziando dal fatto che il concerto è un’iniziativa di Invisible Show, gruppo di persone, amiche e amici, appassionati di musica, arte e sperimentazione, che non hanno alcun interesse per eventi grandi, spettacolari e dal grande seguito, ma si muovono su un altro piano: quello della loro sensibilità verso ricerche tra le più disparate, purché – almeno così mi è sembrato di capire – fuori dagli schemi utilitari della società contemporanea. Quello che fanno accadere sono avvenimenti sempre in luoghi diversi, sempre per poche persone e frutto di ricerche avanzate e rigorose, come quella che ha inondato di luce la stanza al quarto piano per cinquanta minuti, domenica 11 gennaio 2026.
Da molto tempo seguo la ricerca di Giovanni Di Domenico: proprio su queste pagine potete trovare la recensione del suo ultimo lavoro e un’intervista che trovo illuminante sulla sua ricerca e molto generosa. Dunque le premesse c’erano tutte perché quello che stava per accadere in quell’appartamento fosse memorabile, e l’ambiente familiare e rilassato, tra torte, caffè e tè, penso abbia aiutato a far partire tutto col piede giusto.
Alle 11 in punto ci siamo accomodati, chi sulle sedie e chi seduto sui tappeti attorno al compositore romano, predisposti al viaggio. E così è stato, in maniera intensa e, in un certo senso, irripetibile. Una volta che Di Domenico si è seduto al pianoforte è divenuto un tramite, un rabdomante che per primo si è messo in ascolto delle vibrazioni cosmiche seguendo un suo personale percorso; a noi il compito e il piacere di seguirlo, o di perderci in un nostro personalissimo percorso, mentre il pianoforte vibrava sempre di più grazie alla maestria del suo tocco.
Da subito, come su altri suoi lavori ma ancora più qui, mi ha fatto pensare al Battiato de L’Egitto prima delle sabbie, ma anche a Charlemagne Palestine, Steve Reich, Philip Glass e all’Air Above Mountains di Cecil Taylor. Queste reiterazioni, arpeggi, brevi frasi, mentre la mano sinistra tesseva una tellurica e vibrante trama, erano però solo l’inizio. Descrivere cosa è accaduto a livello musicale in quei cinquanta minuti sarebbe complesso e, in ultima istanza, poco utile, anche perché ora, grazie alla generosità e alla forte propensione di Invisible Show alla condivisione – e alla registrazione a cura di Davide Eseni – possiamo ascoltare tutti, e far ascoltare, quello che per me è già l’evento musicale del 2026. Nel mio piccolo procedere e sentire, un passaggio importante, uno snodo che mi ha toccato molto, fatto riflettere e, in un certo senso, cambiato.
La sensazione che da subito mi hanno dato le frasi, gli arpeggi, le lunghe note è stata quella che seguissero una pulsazione, ma illeggibile all’ascoltatore: solo Di Domenico ne era parte. Grazie a quella pulsazione interna, come trascinato da un sogno lucido, ci ha portati ognuno nel proprio sogno lucido. Lunghe reiterazioni, con quasi impercettibili ma costanti variazioni, elaborazioni, assonanze e dissonanze, sembravano sfidare le leggi del tempo e dello spazio. I pieni e i vuoti, i silenzi e le grandi stratificazioni di note erano un moto perpetuo per noi imprevedibile e dunque una costante, inaspettata, commovente epifania.
Più volte mi sono ritrovato a sorridere, profondamente colpito dalle infinite vie che le dieci dita del compositore seguivano. Non c’era premeditazione o ricerca, ma solo una serena e profonda connessione di Di Domenico con se stesso, con il proprio pensiero, il proprio sentire. Il pianoforte diviene una morbida macchina dei sogni, un flusso sonoro densissimo che, per cinquanta minuti, scioglie i prima e i dopo, dilata l’adesso, il visibile e l’invisibile, mentre gli ascoltatori, ad occhi chiusi, scivolano sempre più verso le proprie interiorità.
Sarei tentato di dire che è stato un magico, unico e vibrante rito, ma qui mancavano le regole e la drammaturgia tipica del rito. Dunque, se rito per un certo aspetto è stato, vi siamo stati a nostra insaputa trascinati, grazie al sapersi fare piccolo dell’officiante per dare spazio al suono, al suo fluire, al suo essere elemento primigenio senza inizio né fine.Quelle che sono sembrate infinite reiterazioni hanno aperto varchi di luce, allargato ed espanso la stanza. L’unico rumore che non fosse dato dal vibrare delle corde sono stati i rarissimi rilasci del pedale del pianoforte da parte di Di Domenico, che davvero, tenendolo praticamente sempre schiacciato, ha fatto sì che le corde vibrassero creando spazi, colori, tempi e luoghi che avevamo dimenticato o che forse non avevamo mai conosciuto. Una musica, quella che ci è stata donata, che accompagnava il movimento della terra, il lento modularsi della luce solare attraverso le tende della grande finestra al centro della parete.
C’era anche un’altra finestra, o meglio uno specchio che era anche finestra: uno specchio che non permetteva di vedere nella stanza accanto, ma che dalla stanza accanto permetteva di vedere il luogo dove il tutto era in movimento. Non conosco bene lo scopo di quella finestra/specchio tra una stanza e l’altra, e non mi importa molto saperlo, perché quello che in me ha generato, mentre la stanza si saturava di cluster sonori, è stata una profonda riflessione sul visibile e sul suo contrario.
Su quanto quello che vediamo ci parla e su quanto tutto ciò che solo percepiamo è capace di comunicarci. Perché il visibile non era assolutamente sufficiente a contenere tutto quello che è successo durante il concerto, tanto che molti sono stati da subito, o anche solo a tratti, presi da un rapimento che li ha portati a chiudere gli occhi. Perché è lì la chiave. Questa musica, questo sapersi mettere in ascolto di Di Domenico, è un’apertura, un passaggio verso altro.
Ripeto che la descrizione degli eventi sonori è pressoché inutile. Mi dicevo, mentre ero sempre più abbandonato all’ascolto, che quella musica sarebbe potuta durare ore o finire lì, in quel momento, anche solo dopo cinque minuti, perché davvero era su architetture altre, strutture in perenne metamorfosi: ritmi, ripetizioni, velocizzazioni e rallentamenti, cluster molto gravi con screzi di note acutissime. Insomma, una tavolozza apparentemente infinita che ha saputo letteralmente rapire gli ascoltatori. E in questo rapimento c’è nascosta una delle cose più importanti: ciò che ci ha mostrato il pianista-compositore.
Fermo restando una da subito evidente e profonda preparazione classica, jazzistica e improvvisativa, quello che mi è sembrato di cogliere dal mio fortunatissimo posto accanto al pianoforte è stato vedere Di Domenico avanzare in uno stato né riflessivo né di completo abbandono. Ogni singola nota, ogni tocco di tasto, mi mostrava e ci mostrava una profonda e serena consapevolezza. Quella musica nasceva lì e in quel momento, e definire questo – per quanto sia cosa gigantesca – una lunga improvvisazione non solo non rende giustizia, ma trovo sia anche riduttivo.
Torniamo alla pulsazione di cui parlavo prima: a mio parere Di Domenico, come i grandi musicisti ma anche i grandi mistici, riesce a fluttuare in uno stato diverso, profondamente attento e vigile ma al tempo stesso di abbandono, di transito e di comunicazione tra tempi e spazi diversi, generando una musica che è diretta, pura, unica e irripetibile emanazione di questo stato. Un grande e lungo applauso è seguito a un profondo e intenso silenzio alla fine della performance, causato probabilmente dal lento e inesorabile tornare con i piedi per terra.
Un grande regalo, unico e irripetibile, quello fattoci da Giovanni con la sua grande umiltà e la potenza della sua rigorosa e unica ricerca. Oltre al felice stordimento e alla profonda commozione, quello che mi sono portato a casa è una speranza per il futuro: un futuro che potrebbe essere modificato, cambiato, da piccole comunità come quella che si è radunata attorno al pianoforte a muro domenica 11 gennaio, che, attraverso la ricerca, la capacità di ascolto e di astrazione, possano creare futuri diversi e più luminosi, lontani dall’oscurità che pervade questi strani giorni.

*Da Prima dell’alba di Henri Thomasson

