Negli ultimi anni sono usciti dischi belli, bellissimi e direi quasi fondamentali, che utilizzano la chitarra trasfigurandola e rendendola altro: strumento conoscitivo e dispositivo sonoro di ricerca. E questo, direi, è davvero una gran cosa. Proprio partendo da questo presupposto, quando ho ascoltato per la prima volta questo disco mi sono detto: «Oh, finalmente un disco di e per chitarra!».
È subito percepibile e tangibile la chitarra nella sua essenza, con la sua grana fondante e fondamentale. Sì, certo, alterata ed espansa, ma sempre profondamente ancorata al proprio suono e alla propria storia. Va dato atto a Giacomo Zanus di essere riuscito a fare un disco sperimentale ma, allo stesso tempo, classico, nel profondo rispetto delle caratteristiche acustiche dello strumento forse più diffuso al mondo. Il suono ha una pasta calda, avvolgente ed è luminosissimo, e questo penso sia merito non solo, ovviamente, di Zanus, ma anche di Matt Bordin, che ha registrato e mixato il disco, e di Manuel Volpe, che si è occupato del mastering. Lo dico perché questo disco suona dannatamente bene, e non è cosa così comune come si potrebbe pensare. Le dinamiche tra gli strumenti sono chiare e in perfetto equilibrio: la spazzola sul charleston si sente tanto quanto il Fender Rhodes e la chitarra, ed è realmente una gioia per le orecchie. Ma direi di addentrarci in questo ricchissimo e abbagliante paesaggio sonoro.
Il disco si apre con la lunga composizione Dear Palomar. E quanto è caro a tutti noi il Palomar di Italo Calvino, perché, in fondo, un po’ Palomar lo siamo tutti. «Più Palomar circoscrive il campo dell’esperienza, più esso si moltiplica al proprio interno aprendo prospettive vertiginose, come se in ogni punto fosse contenuto l’infinito….Forse è per rintracciare il filo del discorso che scorre là dove le parole tacciono, che egli tende l’orecchio al silenzio degli spazi infiniti o al fischio degli uccelli, e cerca di decifrare l’alfabeto delle onde marine o delle erbe d’un prato.»
Così lo descrive Italo Calvino introducendoci alle sue avventure. La composizione dura poco più di sei minuti ed è esattamente un’esperienza che contiene prospettive vertiginose e infinite aperture ad altri mondi. Ha un suo intrinseco alfabeto che, dopo molti ascolti, non sono ancora riuscito a decifrare del tutto, ma è netta fin da subito la sensazione di trovarsi dinanzi a una mutevole costruzione sonora, lungamente pensata e al tempo stesso immediata e coinvolgente. I riferimenti ad altre musiche e compositori davvero si potrebbero sprecare già in questo primo pezzo, ma l’elemento centrale è che possiede una sua personalità, un suo colore che abbaglia e rapisce i nostri sensi.
Il secondo brano è torrido, desertico, ci acceca con un caldo vento pregno di sabbia. Return To Maren viaggia tra i Tortoise, Marc Ribot e Ry Cooder, ma anche qui con una sua forte personalità e aperture melodiche che ci fanno intravedere una tremolante oasi in questa febbricitante tempesta di sabbia.
I Picked Up a Flower to Say Hello, but Hell… It Became a Farewell apre con un girotondo di chitarre sovraincise che si rincorrono con passo leggero, come se dialogassero e giocassero tra loro, e noi lì a vedere innumerevoli corde che si sfiorano, si scontrano e danzano su un drumming deciso, trascinante e al tempo stesso discreto. Poi un glockenspiel vola su tutti questi suoni facendosi portatore di semplicità e vertigine sonora. Attorno ai quattro minuti gradualmente si fa silenzio per dare spazio a una bellissima chitarra acustica che regala frammenti di un mondo antico, mentre granulari suoni generati dai più disparati strumenti le fluttuano attorno. Chissà per quale strana assonanza, poi, questo brano mi riporta a Fiaba moresca di Toni Esposito, contenuta in quel magico scrigno mediterraneo che è Processione sul mare.
Canto Pagano è la quarta lunga composizione e da subito ci parla di riti antichi. Una percussione quieta ma ossessiva dà la pulsazione a un brano che sa profondamente di ancestrale, di arcaico. Un brano che mette in campo la grandissima bravura tecnica e compositiva di Zanus: un crescendo dosato con grande sapienza invade progressivamente il nostro spazio acustico ed emotivo. In questo brano c’è puzza di zolfo e profumo d’incenso; il ritmo, cheto, ci parla della graduale ma inesorabile messa in essere di un rito. Corde sfregate di uno zither, crepitii e voci salmodianti: siamo realmente al centro di un rito che fa del suono la materia primigenia perché quello che deve accadere accada.
Un giro di basso e niente più: lo scheletro di Half Awake è un giro di basso essenziale e allo stesso tempo in espansione. Le quattro corde sono in primissimo piano e, mentre creano un moto perpetuo, tutto accade come in un’improvvisazione che prende subito la via giusta, quella in cui tutti i musicisti alzano lo sguardo e si guardano, consapevoli di aver trovato qualcosa, di essersi ricongiunti a qualcosa, e da lì può esserci solo libertà e magia. Sei minuti e trenta in cui gli eventi sonori si susseguono velocemente, si accavallano e prendono il giusto respiro nella certezza che le quattro corde pulsano al centro di questo turbinio, di questa pazzesca jam che sa di jazz, di gospel, di terra e di noi che, quando siamo dentro la giusta vibrazione, forse tendiamo a elevarci al cielo.
Half Asleep in the Water è la penultima composizione, di circa nove minuti. E qui mi rendo conto di essere un pochino pedante nel rimarcare le lunghe durate dei brani, ma anche qui sta il segreto di questo prezioso lavoro di Zanus: nel sapere creare trame e paesaggi sonori dal profondo respiro, in modo che tutto sia alla ricerca del proprio equilibrio e che l’opera, nella sua totalità, possa essere un lavoro sul tempo e sappia farsi tempo. Alchimia assolutamente riuscita, a mio parere. Tornando a questa penultima composizione, che si apre con una chitarra di frippiana memoria su un tappeto di rumori che ci ammaliano ma anche ci spiazzano, perché quando siamo quasi convinti di trovarci a volare su un tappeto ambient di preziosa fattura, qualcosa pian piano si storce, si scheggia e repentinamente cambia passo per divenire frenetico: una corsa veloce in un paesaggio che cambia e si modula continuamente, visto dal finestrino di un treno che sfreccia all’alba chissà verso dove. L’orchestrazione degli elementi sonori, realmente innumerevoli, è magistrale e davvero poco possiamo fare se non chiudere gli occhi e viaggiare con questo brano che va gonfiandosi come un fiume in piena che ingurgita tutto quello che trova sul suo cammino, crescendo sino a esplodere e svanire.
Ymnus/Vesper, ultima composizione, purtroppo, di questo ricchissimo lavoro. Dico purtroppo perché, nonostante le innumerevoli bellezze contenute in questo disco, è proprio per questo che se ne vorrebbe sempre di più. Il brano si apre su un rollio di tamburo, come se davvero ci preparassimo all’ultimo, strabiliante e definitivo numero di un circo magico, dove tutti, all’unisono, dal lanciatore di coltelli ai trapezisti, dagli ammaestratori di tigri e leoni, si preparassero al loro numero finale. Ed è esattamente quello che accade: questo brano è la summa ma anche il salto in avanti nel vuoto, senza corde di sicurezza, di tutto il disco. Su una chitarra che disegna arazzi fragili e commoventi tutto si stacca da terra e, come in una sorta di tornado con una sua specifica logica a noi oscura, perde qualsiasi freno inibitorio e si fa caos primigenio, di una bellezza e di un’intensità a tratti insostenibili. Non saprei come altro definire questo brano se non un brano libero: libero da tutte le regole e gli schemi, anche se profondamente cosciente e consapevole. Una prova tangibile di quanto la musica possa essere esperienza di crescita e liberazione personale e collettiva.
Photo Credits Eugen Bonta

