Genghis Tron + Behold… The Arctopus – 14/11/08 Vicolo Stretto Pub (Colorno – PR)

Il programma per il venerdì sera, fino a metà settimana, era quella di andare a Brescia a curiosare il concerto dei Parentheical Girls, timidamente incoraggiato dalla fama delle loro esibizioni ma fortemente trattenuto dall’ascolto del nuovo CD, insopportabile polpettone di melodie marypoppinsiane in salsa indie. Una prospettiva non proprio esaltante, diciamocelo.
Poi il colpo di fortuna: la data pescarese dei Genghis Tron salta e i valenti Code e Faso, giro Lady Tornado e dintorni, assoldano gli americani per suonare in quel di Colorno, bassa provincia parmigiana. È l’occasione che aspettavo: mi taglio la frangia, svesto le All Star, infilo gli anfibi e parto.
Il Vicolo Stretto Pub è situato in uno stretto vicolo a ridosso dell’argine del torrente Parma, a poche centinaia di metri dal settecentesco palazzo ducale. L’ingresso angusto, il bancone, poi la sala biliardo: da lì una porta ci introduce nella stanza dove si svolgerà il concerto, poco più di una tettoia dal basso soffitto con le pareti rivestite di materiale più o meno audio-assorbente; nelle serate in cui non si suona viene beholdthearctopusprobabilmente utilizzato come bisca. L’unico problema è il freddo che penetra dall’esterno, ma lo subiamo per poco. A scaldare, anzi, incendiare l’atmosfera provvede immediatamente il terzetto newyorkese dei Behold… The Arctopus: batteria, chitarra e diabolica Warr Guitar, sorta di asse da stiro dotata di dodici corde, da suonare esclusivamente in tapping. Questa è la parola chiave, che riassume il senso di tutto il concerto: per almeno tre quarti della durata i chitarristi sono impegnati in questa nobile pratica. Se aggiungiamo che uno dei due indossa una maglietta dei Darkthrone e che il batterista si accompagna a membri dei Dream Theater in improbabili progetti paralleli, non tarderete a capire che questa sera siamo al cospetto dell’essenza dell’heavy metal. Più dei Manowar, più degli Slayer, oltre i Venom e il black, la musica del terzetto, eliminato ogni richiamo ad altri generi, siano essi l’hardcore, l’hard rock o il blues delle origini, si sviluppa fra tapping compulsivi e battiti iperveloci fino al punto di non ritorno. Certo, andassero oltre la mezz’ora risulterebbero eccessivi e stucchevoli, ma entro questo limite è una goduria, oltre che un’esperienza unica, farsi accompagnare da questi avanguardisti lungo le strade che portano all’estremo sviluppo del genere.
L’arrivo dei relapsiani Genghis Tron comporta qualche lieve modifica al palco (inesistente, tra l’altro): via la batteria e dentro impianto luci e tastiere assortite. genghis_trone_colorno_1Ognuno dei tre nerd ne maneggia una, oltre al proprio strumento: abbiamo così Mookie Singerman, voce e tastiere; Hamilton Jordan, chitarra e tastiere; Michael Sochynsky, tastiere e… tastiere. Con una squadra del genere, il rischio di mettere in piedi una grottesca discoteca grindcore è dietro l’angolo, ma gli americani lo eludono con un concerto di notevole efferatezza, fra ritmi sintetici umanizzati da tastiere sporchissime, che nei momenti più lenti resuscitano il fantasma dei Goblin, riff di chitarra torrenziali e urla belluine. Ma può valere anche il discorso opposto: forse l’intento è proprio quello di allestire una grottesca discoteca grind e i tre riescono perfettamente nell’intento con un concerto dove i brevi momenti di stasi sono spezzati da cavalcate epiche e violenza al limite dell’umano e ritmi simil dance affogano in schitarrate ultrametal, facendo passare il pubblico dal ballo all’headbanging nel giro di un attimo: Tony Manero goes to CBGB. Capisco che, raccontata così, può apparire un obbrobrio e nemmeno l’ascolto del nuovo disco, che nella scaletta fa la parte del leone, insieme a una cover dei Big Black, riesce a fugare tutti i dubbi. Bisognava essere lì, “al centro della pista”, sospendere momentaneamente il senso di realtà (oltre a quello estetico) e calarsi nell’atmosfera dell’evento, coi led luminosi affiancati alle spie e i neon alle spalle del gruppo a creare un’atmosfera visivamente irreale, dando l’impressione di essere immersi in un video digitale mentre la musica prevalentemente sintetica del gruppo assumeva concretezza fisica.
“I Subsonica grind” li ha definiti un saggio. Con piena ragione.

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