Fortunato Durutti Marinetti, Dan…

A Quindi Records sono grato per più di un motivo e Fortunato Durutti Marinetti è sicuramente uno di questi. Dal primo ascolto che avuto il piacere di effettuare, ormai qualche anno fa, ho avuto la sensazione di una luce e di un’onestà brillante, che porta a condividere con gli ascoltatori bellezza ed amore. Forse è proprio questa la soul music? È forse questa la luce che vide Jake Blues e suo fratello Elwood? Difficile a dirsi, ma di certo Questo autore, Daniel Colussi, riesce ad amplificare semplicità ed amore in maniera super stizzosa, tanto da non poter resistere e cercare un’intervista magicamente ottenuta…

Salve Dan, è un piacere mandarti qualche domanda, grazie mille per la tua disponibilità!
Ho appena finito di ascoltare per intero Bitter Sweet, Sweet Bitter in cuffia durante un temporale piuttosto tremendo, con un vento che fischiava all’impazzata e la tua musica mi ha mantenuto calmo, cremoso, come in una sorta di stasi amniotica e felice. Qual è a tuo parere il mood o la situazione più idonea per approcciare Fortunato Durutti Marinetti e la sua musica?

Non so cosa sia più adatto, non ne sono sicuro. Oggigiorno la musica può essere ascoltata ininterrottamente ed in modo piuttosto informale. Le giornate delle persone sono scandite da colonne sonore passive in sottofondo. Tendo a considerare la mia musica un po’ prepotente, un po’ elaborata, quindi mi riesce difficile immaginare qualcuno che ascolta Fortunato Durati Marinetti mentre fa yoga o fa shopping online. Forse Fortunato Durati Marinetti è in realtà piuttosto adatto a tempeste e pioggia?

Sei nato a Torino per poi trasferirti da bambino in Canada, mantenendo comunque un legame con lo stivale, anche grazie a Quindi Records ed a Niccolò che co-produce il lavoro. Questa tua appartenenza ha un legame con la tua forma artistica? Quanto c’è di italiano nella tua opera? La sua sua classica grandezza forse?

Sono il frutto di una vita vissuta nel Canada occidentale, cresciuta nella cultura pop nordamericana degli anni ’80 e ’90. Non c’è una forte comunità italiana dove sono cresciuto. La mia ragazza, a dire il vero, è più italiana di me. Mi chiama “mangiacake”. Se vai a una grande riunione di famiglia italiana in Canada – un matrimonio o un funerale – è italiano, ma sarà molto influenzato dal contesto nordamericano. In Canada qualcuno mi percepirà come italiano, ma gli italiani veri mi percepiscono come canadese. O americano, probabilmente, perché la cultura statunitense soffoca tutto.
Certo, avere Niccolò che pubblica i miei pezzi mi ha davvero riavvicinato all’Italia, cosa di cui sono grato. Anche se, a dire il vero, l’ambito di Niccolò con Quindi è piuttosto internazionale. Niccolò ed io parliamo sempre di musica britannica, giapponese o statunitense. Nella sua visione dell’etichetta, considero Niccolò un internazionalista.

Come è stato creato Bitter Sweet, Sweet Bitter? Ho letto che hai registrato live a Toronto con un sestetto ma la lista dei musicisti è incredibile e volevo capire come sei arrivato a cesellare la tua idea in un disegno così maestoso…

Con questo album ho preparato testi ed accordi finiti, preparando una demo che mando alla band. Un paio di incontri e di prove, per poi andare in studio. Una volta che la band ha messo le mani sui brani, tutto passa al livello successivo, spingendo ognuno le cose verso nuovi territori con le parti che ha scritto ed il modo in cui le suona. Questo album è stato registrato dal vivo dalla band in un monolocale trasformato in un piccolo studio chiamato Dining Room. Abbiamo registrato circa metà dell’album in un weekend, poi l’altra metà in un altro weekend, qualche mese dopo. L’idea era di fare tutto dal vivo, quindi si trattava solo di avere una separazione sufficiente tra ogni strumento e di riuscire a ottenere delle buone registrazioni dal vivo. Lo abbiamo fatto in stile jazz: niente click, un’unica take per ogni ripresa. Louie Short ha curato la parte ingegneristica ed è riuscito a far sì che tutto ciò accadesse. Dopo quei weekend con la band al completo, abbiamo dedicato un paio di giorni a sovraincidere i fiati e Brandon Gibson De Groote ha registrato da solo tutte le sue parti di archi, il che è assurdo a pensarci ora. Non lo faremmo mai più in quel modo, con Brandon che si ammazza per 6 ore. Louie Short ha lavorato velocemente e la band ha lavorato velocemente, ed è così che mi piace registrare. Mi piace prendere decisioni al momento, ed è così che piace fare anche a Louie. I file sono stati poi inviati a Jay Arner, con cui ho lavorato molte volte in passato, e lei li ha mixati. Ha anche aggiunto clavinet e synth ad alcune canzoni.

Come scrivi/componi? Parte tutto in solitaria per poi elaborare o dipende da chi ti accompagna?

Come dicevo scrivo le canzoni da solo e realizzo demo rudimentali a casa con un portatile e le condivido con la band. Pochissimo tempo trascorso con l’intera band insieme nella stessa stanza, il che è un peccato. Ma sono tutti musicisti altamente qualificati, quindi lavorano tutti molto velocemente. L’ho descritto come “dare la carne ai cani”. Scrivo la canzone e poi gliela lancio perché la affondino. Operano a un livello che va ben oltre le mie capacità di musicista. Mi tollerano. Il mio background è fondamentalmente punk rock, non musicale. Anche se ho scritto io le canzoni, chiunque suoni nella band ha una grande influenza sul suono finale. Luan Phung alla chitarra, Stefan Hegerat alla batteria. Ora abbiamo un pianista davvero bravo nella band eh, beh, non sono sicuro che i non musicisti si rendano conto di quanto ogni singolo membro possa davvero influenzare profondamente le cose. I cantanti ricevono un’attenzione smisurata che oscura il processo di gruppo nel suonare insieme. Tutti quelli con cui suono hanno le loro idee ed interpretano la composizione a modo loro.

I due temi del disco arrivano in maniera improvvisa dando un taglio più deciso alla serata nonostante ne mantengano l’eleganza. Chi è Alex e qual è il loro ruolo all’interno del disco?

Per me è davvero importante creare spazio all’interno di un album e dare all’ascoltatore una pausa dalla mia voce e dalla mia presenza. Ascolto anche molta musica strumentale e voglio che un forte elemento strumentale faccia parte di qualsiasi cosa sia Fortunato Durutti Marinetti. I temi sono nati da una melodia molto semplice che avevo canticchiato sul mio iPhone mentre andavo al lavoro una mattina. Ho pensato che sarebbe stato interessante e un po’ pretenzioso avere un tema ricorrente di Bitter Sweet nell’album; ho pensato anche che sarebbe stato interessante avere alcune tracce in cui in realtà non appaio affatto. In un certo senso, ampliare l’idea di cosa sia Fortunato Durati Marinetti. C’era anche un terzo tema registrato che purtroppo non ha funzionato, doveva essere un tema tutto per ottoni. Alex Fournier è il bassista della band ed ha avuto il coraggio di lasciarsi andare a questi piccoli passaggi strumentali. Gli avevo detto in anticipo “prenditi delle libertà, Alex”, e lui l’ha fatto. Il suo modo di suonare quel tema è bellissimo, ci ha semplicemente dato dentro. È diventato il suo pezzo, quindi l’ho intitolato con il suo nome. Il suo modo di suonare in tutto l’album è davvero ispirato. Volevo il basso elettrico fretless in alcune canzoni e lui era disponibile, anche se non è quello che suona di solito. È davvero emozionante suonare con persone che hanno voglia di avventurarsi.

Il titolo prende spunto da un libro di Anne Carson: Eros il dolceamaro. C’è altro tema oltre all’amore nella musica pop oppure rimane ancora lo standard che più accende ed accomuna il pubblico in un’eterna danza?

Non credo che ogni canzone debba essere una canzone d’amore. Ma anche le canzoni d’amore possono essere molto esoteriche perché l’amore può assumere così tante forme complesse.
Ho trovato la pagina iniziale del libro di Anne Carson, Eros: The Bittersweet, davvero stimolante. Parla di come eros venga spesso tradotto come “agrodolce”, ma potrebbe anche essere letto come “dolceamaro”. È interessante per me come, semplicemente cambiando la sequenza di quelle parole, si ottenga un senso molto diverso del significato. Il libro di Carson ci chiede di mettere in discussione la traduzione, di dubitare della nostra capacità di tradurre pienamente e trasmettere il significato. Ogni traduzione fallisce. C’è sempre una parte di significato che si perde. Ho trovato interessante rifletterci perché in un certo senso un musicista è un traduttore. Un musicista usa accordi, melodie e textures, materiale molto astratto, per cercare di tradurre qualcosa di molto specifico. Oppure, scrivendo testi, cerchi di usare parole molto precise e precise per trasmettere qualcosa che potrebbe essere piuttosto effimero. Quella pagina iniziale del libro di Anne Carson è diventata il punto di partenza per queste canzoni. Credo di non aver nemmeno finito di leggere l’intero libro.

Spesso è difficile capire cosa sia Fortunato Durutti Marinetti: una maschera, un ruolo interpretato, una proiezione romantica di sé stessi oppure altro ancora? Come ti metti nei suoi panni da Dan Colussi all’autore e performer?

Fortunato Durutti Marinetti è semplicemente il nome per qualsiasi musica io faccia, che sia qualcosa che faccio da solo o con la band, indipendentemente dallo stile che assume. Non c’è nessun personaggio dietro, non c’è alcun metodo di recitazione, non c’è nessun costume. Per me suonare è un po’ strano, perché salgo sul palco e suono di fronte a una sala e in un certo senso mi metto in gioco, ma per il resto del tempo non cerco di essere al centro dell’attenzione. Mi piace suonar, andare in tour, cerco di fare del mio meglio. Suonare è semplicemente una cosa strana, intrinsecamente. Può essere interessante ma bisogna accettarne l’assurdità. Molte persone fanno musica con il loro vero nome, ma esiste anche la tradizione di attribuire alla musica un nome proprio. Per me fare musica non è un processo serio che porta con sé la propria anima. Rifiuto davvero quello stile di cantautore serio e non mi interessa molto che le persone rivelino le loro annotazioni di diario come canzoni, quindi non voglio farlo a mio nome. Scrivere una canzone o interpretarla per me significa semplicemente fare una proposta al mondo. Una canzone è un piccolo saggio o un’ipotesi poetica che chiunque può accettare o rifiutare.
 
Ci sarà la possibilità di vederti dal vivo a sostegno del disco? Hai intenzione e possibilità di passare anche in Italia prima o dopo? Con che tipo di band ti muoverai?

Ho appena fatto tre concerti in Italia: Firenze, Bologna e Roma. Il motivo principale per cui sono potuto venire è perché l’HalfDie Festival di Roma mi ha richiesto e glie ne sono molto grato. Abbiamo suonato in trio: Brandon Gibson DeGroote, che ha suonato tutte le parti di archi in questo album, verrà con me al violino e al basso mentre Riccardo Bartolozzi è un batterista che vive a Firenze. Non c’è alcuna possibilità economica che l’intera band possa seguirmi a meno che i Coldplay o qualcun altro non ci inviti. Questo tour è reso possibile grazie all’HalfDie ma spero di tornare in Italia più avanti, all’inizio del 2026.

Come ti senti nel presente musicale ed artistico? In che area ti muovi, chi ti piace ascoltare e con chi ti piace esibirti? Come si sposa Fortunato Durutti Marinetti?

Ho 43 anni, quindi sono abbastanza vecchio da aver attraversato così tante fasi come musicista ed anche come ascoltatore ossessivo di musica. Ultimamente sto vedendo questi tour per il ventesimo anniversario e le riedizioni di questi album davvero mediocri usciti quando lavoravo nei negozi di dischi, roba che faceva schifo la prima volta. Per molti versi è piuttosto desolante in questo momento, soprattutto per il rock basato su chitarra e voce. È solo un mare di merda in continua espansione. Ma per quanto riguarda la mia musica, probabilmente sono più entusiasta di scrivere di quanto non lo sia mai stato, e suono in gruppi da quando avevo 16 anni. Trovo emozionante suonare e registrare con i ragazzi della mia band. trovo emozionante suonare dal vivo con persone che rispetto. Tipo, di recente ho fatto una settimana di concerti con i Frog Eyes, ed è stato meraviglioso suonare e viaggiare con loro. L’anno scorso ho suonato negli Stati Uniti con i Reds, i Pinks and Purples e anche con i Dead Bandit. È stato tutto fantastico. Ho aperto una settimana di concerti dei Destroyer ed è stato meraviglioso. Fare questa roba è una fatica, ma vabbè. Per suonare devi accettare di metterti in situazioni folli e assurde: questo fa parte del mio fascino (e ci sono così tanti stronzi al mondo, persi nei loro viaggi). Quindi voglio solo comportarmi con umiltà e rispetto verso chiunque incontri attraverso la mia musica: il fonico, il promoter, il pubblico, le altre band. Non penso davvero a dove la mia musica si collochi a livello locale o internazionale. Quello che faccio non infiammerà il mondo.

Ascoltando il disco ho immaginato come ipotetici compagni d’avventura Simon Hanes, Bobby Conn e Tom Jones anche se nel tuo lavoro ho trovato una sobrietà più elegante e morigerata. Quanto è importante l’equilibrio fra scintillio e cuore in Fortunato Durutti Marinetti?

Suppongo che questo album fosse pensato per dare il massimo con la scintilla! Volevo davvero provare a creare qualcosa di massimalista. Gli arrangiamenti d’archi di Brandon hanno avuto un ruolo fondamentale, così come la sezione di ottoni. E la scrittura doveva essere un insieme di canzoni che potessero portare quel livello di esuberanza. “Suprema grande eloquenza” era il mio principio guida. Tendo a vedere il mondo attraverso una lente ironica, quindi quella del cuore per me è un’estetica un po’ tesa. Sono diffidente nei confronti di chi scrive canzoni sincere, con il cuore in mano. In genere cerco di iniettare un quoziente piuttosto alto di acidità nelle mie cose. Ci sono livelli di crudeltà così incredibili e sovrumani in atto nel mondo che l’acidità sembra appropriata e necessaria. Quindi con ogni album continuo a spingermi oltre
per vedere cosa posso ottenere. Nella mia mente, anche le canzoni romantiche di questo album
portano con sé un’ombra di sventura. Cerco di scrivere cose che possano parlare di questi estremi in una sola canzone.

Parli l’italiano? Credi ci sarà mai la possibilità di sentirti cimentare con questa lingua, sull’onda di quanto fatto negli anni da molti grandissimi performer (da Louis Armstrong a Mike Patton)?

Al momento sto attraversando una fase intensa alla Fabrizio de André e ho pensato di provare a farne una cover. Potrebbe essere divertente provarci. Ma a dire il vero, italiano o no, non ho mai fatto cover. Non sono un vero interprete e non ho lo spirito giusto per cercare di far decollare una canzone di qualcun altro. Non ho quel talento. Studio le canzoni degli altri per cercare di capire come funzionano,
ma so solo fare le mie cose. Ma sto anche attraversando una fase alla Brigitte Fontaine/Pierre Barouh, quindi forse dovrei fare un album in francese? Il mio francese è meglio del mio italiano.

Qual’è la tua colazione ideale? La migliore mai ottenuta in tour invece?

Immagino dipenda. Se hai intenzione di passare tutto il giorno a guidare, non hai nemmeno voglia di fare colazione. Un caffè va bene, un pasto mediocre ad un certo punto e poi un bicchiere di vino la sera.
Il tour è un momento per essere un po’ crudeli con il proprio corpo. I pasti sono così stressanti se sei in tour, od in qualsiasi altro tipo di viaggio.
La delusione di un pasto schifoso può semplicemente devastarti. È bello sedersi da qualche parte la mattina con un caffè e una lattina di V8, prima di mettersi in viaggio. Guardare la gente del posto iniziare la giornata ed immaginare di aver vissuto anche tu qui.

Se avessi la possibilità di scegliere un unico artista per cantare con lui o lei un loro brano sul palco (senza limiti di vita o morte, budget o distanza geografica) quale sarebbe la tua scelta e perché?

Non ne ho idea. Sono in questa fase acuta per Annette Peacock da un paio d’anni. Immagino che
sarebbe salire sul palco con lei e farmi saltare completamente giù da quel palco.
Mi distruggerebbe e potrebbe essere un’esperienza interessante per me.

Grazie mille per tutto Dan, Bitter Sweet, Sweet Bitter è stupendo.

Grazie mille a te Vasco, apprezzo le tue parole gentili.