Fortunato Durutti Marinetti – Bitter Sweet, Sweet Bitter (Quindi/We Are Time, 2025)

Fortunato Durutti Marinetti, il buon Daniel Colussi, ha deciso ancora una volta di stupirci con la sua innata grazia. Dopo aver preparato un pugno di canzoni ha iniziato a coinvolgere la sua cricca per riuscire ad arrangiarle, aggraziarle, chiuderle nel migliore dei modi. Ma quel che è successo ha dell’incredibile: al Dining Room Sound sotto la presenza di Louie Short i brani hanno letteralmente preso vita, trasformandosi in Bitter Sweet, Sweet Bitter.
Un disco che sembra continuare sulla scia di Eight Waves In Search Of An Ocean ma qui non c’è ricerca ma consapevolezza: capacità di intrattenimento, racconto, un grandissimo suono. La capacità di montare a neve melodie, armonie ed arie senza che queste crollino ma tenendo ogni attenzione per ottenere canzoni da ballare, cantare e vivere con la luce negli occhi.
L’impressione è che i musicisti abbiano trovato una magica armonia e che la connessione con Daniel Colussi sia letteralmente esplosa. C’è dolcezza e groove in un disco che parte ispirato dal titolo di un libro di Anne Carson per diventare altro e completarsi. Il raddoppio vocale di Victoria Cheong in Beware ci fa capire come Full of Fire sia stata entrata in materia stupenda ma la partita rimane tutta da giocare (mentre le dita di Chris Pruden corrono sui tasti in maniera magica). In altre parti (potrebbe bastare forse Do You Ever Think?) il cantante sembra si rivolga a qualcuno di lontano, in richieste e riflessioni, creando una meravigliosa tensione che corre sugli archi struggendoci letteralmente.
La musica, l’immagine e l’idea di Fortunato Durutti Marinetti è massimalista, sfarzosa ed elegante. Per questo si collega a quanto neo decenni scorsi altri artisti hanno sognato, pur rimanendo originale e personalissima. Ma la “supreme grand eloquence” della quale ci ha parlato Daniel in sede d’intervista lo unisce nella mia contorta mente ad altre stelle come Tom Jones, Bobby Conn, Simon Hanes, in una costellazione magica che copre il nostro mondo. Poi, ed è ovviamente segno di lungimiranza e classe, c’è il lasciare lo spazio ai propri musicisti: i temi presenti nel disco sono filiazioni di Alex Fournier, bassista al quale è stato richiesto di prendersi libertà e che ha porta in dote momenti tanto belli e delicati da lasciare con il fiato sospeso.
La sensazione è che Bitter Sweet, Sweet Bitter sia destinato a rimanerci attaccato, tanto che proseguendo con gli ascolti ho sentito sempre più avvicinarsi l’immagine di un altro disco che ho amato terribilmente: si tratta di How Do I Talk To My Brother di Ben Pirani, disco che pur muovendosi su coordinate stilistiche e di contenuto differenti, rappresentano per me uno standard di eccellenza, partendo da musica soul e vaporosa fino a diventare pura magia. Un disco che riesce ad evocare storie che ci ispirano, una sorta di grande ballo al quale vorremo partecipare, gli occhi sul nostro amore ed una connessione con tutto ciò che accade sul palco, diventando un’insieme Bittersweet, dolceamaro, in percentuale sempre differente e personale, ma uniti negli ingredienti e nella bellezza. Tutto finisce con My Funeral, fiori blu per una platea in abito nero, la capacità di continuare a parlarci come pura presenza, direttamente dalle nuvole.