Fatem Kanaan – Diary Of A Candle (Fire, 2025)

Con Faten Kanaan eravamo rimasti sedotti dal suo precedente disco, Afterpoem e due anni e mezzo dopo ci ritroviamo davanti ad un’opera ben diversa, che si abbevera ad altre fonti. Diary of a Candle sembra partire da certo folk antico, dove gli strumentali sono torniti ed orlati come se fossimo in abiti ottocenteschi. Con mano sicura la musicista mediorientale nata in Germania ci accompagna fuori dalla storia antica del suo disco precedente in un mondo magico e cinematografico. C’è pathos, misura e rintocchi in un disco che sembra essere abitato da fantasmi più che da storie. Ritornata in Giordania la musicista si è ispirata ad una sorta di animismo domestico, osservando piante ed oggetti percependone energie e presenze. Pratica legittima, cosa sono del resto gli strumenti musicali se non oggetti che magicamente prendono vita? A tratti vicini ad un’estetica ghostboxiana le arie di Faten esprimono umori e dinamiche differenti ma soprattutto sembrano riappropriarsi di una storia di viaggi ed incontri rientrata a casa. È un disco suggestivo Diary of a Candle, a tratti misterioso ma mai inquietante, l’energia veicolata è positiva e solare. Una musica degli ambienti, come se fossero le strutture stesse a suonare, impregnate da anni di vita. Intrigante sarà capire come rimarrà questo disco fra 50, 60, 70 anni. Chi si adopererà per lasciarne una copia nell’abitazione di Faten Kanaan? Di certo potrà fungere da catalizzatore per ispirarne futura presenza, in dialogo fra abitazione ed abitante intima e solare. Noi intanto rimaniamo incantati dai quadri sonori che riportano al tempo antico, dalle bellezze di Scene for a Wooden Room o dai rintocchi di Barjees, fughe di parvenze classiche che danno non un tono all’ambiente, bensì caratura ad un lavoro ancora una volta profondo e personale, in grado di trasportarci in un mondo lontano mostrandocelo coi suoi occhi e coi suoi suoni.