Fabio Pusterla e Terry Blue-Ultimo Fiume (Another Music,2025)

Le prime parole pronunciate da Pusterla scorrono al contrario, mentre un tappeto sonoro fatto di ritmi glitch, tastiere e frammenti elettronici crea fin da subito un senso di trascinamento, di movimento continuo: una forza carica di energia cinetica che sembra portare via tutto. Terry Blue, nome d’arte di Leo Pusterla, aggiunge così un nuovo tassello a una carriera ormai lunga, ricca di slanci, sperimentazioni e ispirazione. Lo fa insieme a uno dei poeti viventi più importanti — che è anche suo padre — Fabio Pusterla.
Non sono un esperto di poesia, non ne ho una conoscenza sistematica, ma l’ho frequentata ogni volta che ho incontrato autori capaci di colpirmi per forza e visionarietà. Fabio Pusterla è uno di questi. Negli anni ho letto e riletto diversi suoi testi, animati da un’energia antica e da un’ispirazione libera da intellettualismi, calcoli o autocompiacimenti. I temi che attraversano la sua opera sono la natura, il paesaggio, l’uomo con le sue fragilità e passioni, il passato che vibra nel presente e un presente che diventa subito passato: da vivere e rielaborare in un movimento vitale che non procede solo in avanti, ma si muove anche verso l’inconoscibile, verso ciò che possiamo soltanto intuire. La sua prosa è realmente musica: essenziale, dove ogni respiro e ogni sillaba sono necessari. Ha la capacità rara di esprimere l’essenziale, e questa stessa tensione si ritrova nella musica di Terry Blue — proiettata verso la ricerca timbrica e strutturale, ma anche profondamente legata al passato. Fra i due percorsi, poetico e musicale, c’è un’urgenza comune: creare opere potenti ed evocative, capaci di esprimere un sentire intimo e profondo che diventa collettivo, che sa parlare con suoni, parole e immagini interiori a chi ascolta o legge, rendendolo parte stessa dell’opera.

Quando ho saputo di questa collaborazione, ne sono stato felicissimo: ero certo che il risultato sarebbe stato qualcosa di unico, coinvolgente, capace di aprire fenditure e passaggi verso mondi, sensazioni e sentimenti che ci appartengono o che ci portano altrove — nel nostro passato più remoto, in un futuro possibile o in un flusso primordiale, quasi acquatico. In questo viaggio lungo il fiume, Fabio e Leo Pusterla sono accompagnati dal collettivo Terry Blue, composto da Eleonora Gioveni, Zeno Gabaglio, Andrea Manzoni, Christian Gilardi, Matteo Mazza e Fabio Pinto. Grande merito va dato a tutti questi musicisti, artisti con percorsi individuali di grande interesse, che qui si fondono in un unico flusso sonoro, coeso e in continua trasformazione. Merito anche a Leo Pusterla, per aver saputo orchestrare, armonizzare e dare forma a un’opera che — ne sono certo — rimarrà nel tempo, non solo per la sua bellezza, ma perché sa farsi di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Ammetto però che, insieme alla gioia, ho provato anche un po’ di timore: la poesia di Fabio Pusterla l’ho sempre percepita come già musicale, piena di ritmo, suoni e silenzi. Costruirle attorno un’opera sonora mi è sembrata una sfida enorme. Il rischio era quello di creare una musica, magari bellissima, ma relegata a semplice accompagnamento dei versi. Non è questo il caso. Qui c’è equilibrio, unione organica. La voce di Pusterla, a tratti effettata e spazializzata, diventa strumento: dialoga con gli altri musicisti pur restando elemento magnetico e centrale. Così la sua poesia, in questa forma, si fa davvero collettiva come mai prima.

In questo incontro con la musica, la poesia di Pusterla si muove dentro e fuori dal suo stesso mondo, aprendosi a nuovi ascoltatori e a modalità d’ascolto diverse, vive, esaltanti. Forse la sentiremo alla radio o in luoghi assolutamente lontani dagli spazi dedicati solitamente alla poesia: e questo spostamento, a mio parere, è qualcosa di profondamente giusto ed emozionante. Padre e figlio intraprendono un viaggio legato ai propri percorsi, ma destinato a portarli più lontano — in luoghi, tempi e sensazioni che finora non avevano ancora visitato. I versi presenti in Ultimo Fiume vengono dalla raccolta poetica Fiume Nefriti Vortici, di recente pubblicazione. Ultimo Fiume è diviso in sei capitoli e dura circa mezz’ora — una durata che potrebbe sembrare breve, ma che in realtà è esattamente il tempo necessario. Non c’è una sbavatura: ogni battito e ogni respiro rendono la dimensione temporale irrilevante, come se il disco appartenesse a un mondo che supera e dissolve i nostri parametri abituali.

Nel primo capitolo, pian piano tutto si fa denso, come un fiume in piena che sradica e trascina ogni cosa nella sua corsa verso il mare. La voce di Eleonora Gioveni si muove in uno spazio in espansione, poi entra Fabio Pusterla: il suo declamare diventa canto, la parola si fa musica, mentre la musica stessa diventa parola. Fiati che sembrano uscire da Vernal Equinox, pianoforti e sintetizzatori si intrecciano in una corrente sonora fluida. In questi quattro minuti iniziali si manifesta la piena forza di questo lavoro: ispirazione, necessità e rigore convivono con una sperimentazione mai fine a se stessa, sempre tesa a plasmare la materia sonora per condurci nel cuore del fiume — simbolo e immagine dell’esistenza. Pusterla declama: “Entrare nell’acqua con cautela e incoscienza, come abbracciando un’ipotetica altra vita, senza ritorno… si sapeva, si sapeva senza pace, verso qualcosa che c’era e non c’era.” Parole che descrivono perfettamente il senso di quest’opera e, in fondo, anche il percorso artistico di padre e figlio.

Nel secondo capitolo, archi slabbrati e scivolosi aprono il brano, mentre la voce si muove su un terreno granuloso, pieno di echi e rimbombi. Un pianoforte che sembra provenire dal fondo del fiume genera note e frammenti che dialogano visceralmente con le parole. Poi entra il flauto di Christian Gilardi: si fa luce, raggi solari che tentano di aprire un varco in questa nube sonora umida e densa, che cresce fino a esplodere in momenti di rumore puro — insieme arcaico e futuribile. L’ultimo minuto è una composizione di musica concreta degna di Schaeffer e Russolo, ma filtrata attraverso un’estetica contemporanea che tocca il free jazz, la drone music e l’ambient più visionaria. Questo disco straordinario è come un cristallo disperso in un luogo dimenticato — o mai trovato — che, colpito da luce, sabbia, acqua e terra, riflette mille colori e tonalità. A tratti sembra davvero poterlo fare in eterno.

Il terzo capitolo si apre con un pianoforte che sembra uscito dai Disintegration Loops di William Basinski e costituisce la materia centrale, insieme alla voce di Pusterla e a una serie di suoni che fluttuano, compaiono e scompaiono come esseri alieni provenienti da altre dimensioni. Schegge di sintetizzatori e fiati si aggirano in questa atmosfera stranita, mentre il pianoforte prosegue imperterrito e la narrazione verbale avanza come spinta da una forza arcaica, con crescente pathos e fiato corto. Ci si perde in questi gorghi sonori che assaltano la memoria e i sentimenti. Quando il ciclone passa, qualcosa rimane, ricomincia è l’ultima frase pronunciata nel brano, espressione e descrizione di ciò che la musica stessa compie. È un’unione, una metamorfosi definitiva, dove tutti gli elementi si fondono per mostrarsi nella loro cristallina purezza e perfezione.

Nel quarto capitolo, il suono si fa sempre più sperimentale, spinge in avanti la ricerca e l’improvvisazione, frutto di grande conoscenza della materia. La voce si fa faro tremolante, visibile da lontano, mentre la musica racconta l’esplodere e il chetarsi dell’elemento acquatico, che pur essendo sempre lo stesso si modula, cambia, muore e rinasce nel suo eterno divenire. Anche qui, come nei capitoli precedenti, la materia sonora è densissima e non di facile lettura nei singoli elementi, proprio perché l’orchestrazione è sapientemente costruita come drammaturgia di movimenti sonori. Reiterazioni percussive e d’archi aprono a tappeti di sintetizzatori; la voce, a tratti pervasa da eco e riverberi, perde la struttura e si fa pulviscolo, disperdendosi nel paesaggio insieme alla musica. Tra jazz e rumorismi si creano bordoni potenti che descrivono gli elementi naturali quasi meglio di una registrazione sul campo, grazie alla traslazione che questa musica opera nel suo incessante tentativo di farsi mondo.

Nel quinto capitolo, la voce del poeta ci accoglie con le parole: “I conti col passato? Forse è tardi!” La musica raggiunge qui il suo picco rumoristico: sintetizzatori e voce dominano il tessuto narrativo e sonoro. Poi, all’improvviso, dopo circa un minuto e mezzo, l’aria cambia, il rumore si cheta e pianoforti liquidi si fanno unici, evocando Music for Airports. Chitarre e bassi distorti si aggiungono, e nella reiterazione degli elementi corro con la mente a Downward Spiral dei Nine Inch Nails — per assonanza, ma anche perché, seppure nelle differenze, si tratta di musiche fortemente materiche, che partendo da una struttura rock si aprono a improvvisazione, jazz e sperimentazione.

Infine, nel sesto e ultimo capitolo, il più breve dei sei, la musica si fa solare e calda, come se fosse impressa su pellicola Kodak Gold 200. Il viaggio sta per finire: il fiume è tornato al mare, che è fine ma al tempo stesso nuovo inizio. L’aria che si respira è carica dell’entusiasmo di un grande tuffo, di una profonda immersione da cui si riemerge respirando a pieni polmoni. Tutto è ipercinetico: chitarre, archi, sintetizzatori e un pianoforte dai fraseggi nervosi e liquidi che ricordano — seppur in tonalità maggiore e dunque solare — la Discesa nel Maelstrom di Lennie Tristano. Questo brano è tra le cose più emozionanti, coraggiose e libere che potrete ascoltare in questi tempi bui: una musica portatrice di luce, di forza vitale, di energie antiche che, giungendo a noi, ci smuovono nel profondo.

Nelle mie ricerche tra i nastri di Roberto Leydi ho scoperto un cenno a organi riparati, a fine Ottocento, dalla ditta Pusterla di Varese. Che vi sia o meno un legame tra quegli artigiani del suono, il poeta Fabio Pusterla e il musicista Leo Pusterla, mi piace pensare a un filo segreto che li unisce: un fiume sotterraneo di vibrazioni che attraversa il tempo, trasmettendo una tensione creativa fatta di suono e di parola. Una forza generativa capace di creare senso, emozione e risonanza, arricchendo il mondo di una profonda sensibilità artistica.