Soul, r&b, jazz, in maniera del tutto diversa da ciò che immaginavo. Il fiatista norvegese, a dieci anni dal suo secondo disco, torna conquistandoci già dal primo brano, una Derfor tok det aldri slutt che sembra musica paradisiaca. Stilosa, leggera e beata, misteriosa, avvolgente. Un’impressione che non viene meno, anzi, si amplifica grazie all’attenzione data ad ogni strumento, in grado di dare spazio e profondità a questa sensazione di pace, serenità e groove lento ed irresistibile. Sono soltanto cinque le tracce che Espen Reinertsen ci dona, guidando le percussioni di Erik Nylander e la tromba di Eivind Lønning in un dinoccolarsi cheto e mansueto. Come se il Cotton Club fosse diretto da Tricky. Musica eterea, sexy e candida. La voce di Espen è su quel crinale che tiene seco il pop e L’R&b e nonostante il norvegese utilizzato suona morbidissima, come fosse una carezza mentre i fiati smuovono appena un po’ i riccioli dell’ascoltatrice. Poi improvvisamente una spinta di groove electro in Venus er i håret, quasi l’incedere voglia farsi più sincopato e drammatico, a trasformare i bianchi canoni in scintillanti corridoi argentei. Grazie a Muskelminner fra arkanoidepoken forse possiamo capire l’ottica di Espen: un mondo dove i videogames sono parte integrata nella nostra realtà ma è stata la natura ad aver vinto la battaglia, trasformando esseri come i teletubbies a piantonare il tempio, fra sedazioni e paesaggi bucolici nei quali avventurarsi. Ad uscirne è un disegno perfettamente calibrato, dove l’insieme convive tra chip e germogli, con il sole a baciarne i figli sulla fronte. Inquietante? Un pochino forse, ma non è la nostra nuova atmosfera, soltanto un viaggio bellissimo con un pilota sicuro, che apre stanze diverse nei nostri cervelli, dalle quali fanno capolino the Books, Mantler, Plone ed Efterklang a salutare Espen. Peccato che l’ultimo brano, Venus er i håret, preferisca limitarsi ad una morbidezza da crociera senza più squilli, quasi avesse già trovato la pace. Qualche ingerenza fra i mondi avrebbe di sicuro giovato, mentre lo smooth sensuale richiama accappatoi e jacuzzi, togliendo un po’ di avventura al percorso. Nonostante questo il ritorno di Espen Reinertsen è opera magica ed immaginifica, in grado di portarci altrove, visualizzando ed assaporando scenari del tutto inconsueti e riconducibili soltanto alle azioni di questo notevole musicista.
Espen Reinertsen – Venus er i håret (SusannaSonata, 2026)
