Enkil/La Furnasetta – Industrial Archeology (Luce Sia, 2019)

Chi si appresta all’ascolto di Industrial Archeology, cassetta split pubblicata da Luce Sia, non può farsi illusioni: il titolo e la splendida copertina (a cura di Rosa Lavita), che riecheggia i paesaggi urbani di Mario Sironi e le grafiche scheletriche dei Bastard Noise, spinge in una direzione che non lascia presagire nulla di accomodante, quella di suoni e atmosfere noti ma ancora capaci di scuotere ed evocare. La conferma arriva subito, con le sferzate metalliche di Edera con cui Enkil (attivo anche negli ottimi Black/Lava) apre le danze, schiudendo alle nostre orecchie visioni di aree dismesse e strutture portanti in bella vista. I dieci minuti di lenta ed effettata narrazione di Madre fanno calare un po’ la tensione (si sarebbe forse fatta preferire una voce più impostata), ma è un ancora la parola, stavolta declamata, ad alzare il livello nell’invettiva di Polvere E Ossidazione, che può ricordare i Post Contemporary Corporation: sullo sfondo si muovono suoni di carpenteria organizzati in ritmi e droni in quello che è l’apice espressivo e qualitativo del lavoro. Le percussioni di Vento, marziali ed austere, sigillano il lato, consegnandoci una convincente celebrazione di luoghi abbandonati dalla vita ma ancora abitati dal suono: qui industria (intesa come attività) e industrial (il genere musicale) coincidono e convivono felicemente. Si fa per dire…
Sull’altra facciata ci aspetta La Furnasetta; spesso la band ha giocato coi generi, fedele a un industrial che più che suono è attitudine non priva di una certa ironia, stavolta invece si attiene a una maggior uniformità sonora, in accordo col concept, ma senza rinunciare al gusto per la dissonanza e all’arte del provocare. Chissà, forse lo fa anche quando non vuole. Fatto sta che le dinamiche dell’intro sono fin da subito piuttosto importune; le voci femminili, concitate e petulanti, di North Sentinel, che dovrebbero essere un canto africano per propiziare il matrimonio, alle orecchie di noi occidentali appaiono un invito allo sposo a darsela a gambe e l’associare un recitato da Il Gabbiano di Checov a un titolo come Schegge Di Un’estate Senza Fine fa venire voglia di inverno siberiano. Il risultato è tanto più straniante se si pensa che il discorso musicale è affrontato con estrema serietà e una certa aderenza ai canoni del genere: Fonderia Informe tiene fede al titolo fra ondate di rumore, stridori assortiti e muezzin invasati, Submit To Force combina ritmi metallici e battiti sintetici in quello che è il pezzo migliore del lato e VII Legio, anziché spaziale (ammesso che il riferimento sia all’omonimo gioco di ruolo) sembra il field recording di una catena di montaggio dei T34 sovietici. A tratti è quasi hauntologica, La Furnasetta, nell’evocare voci lontane nello spazio e nel tempo e suono fluttuanti, sebbene sempre orgogliosamente ostici: anche questa è archeologia industriale.

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