Emily Brach Beisel – Sumptuos Branching (Amalgam, 2026)

Entrare nel mondo di Emily Rach Beisel non avendo avuto la fortuna di incappare nel suo debutto del 2023, Particle of Organs, è percorso intrigante e misterioso. Di base a Chicago, clarinettista che oltre al fiato utilizza voce e marchingegni per costruire lande oscure, tanto che il primo nome che ha percorso la mia mente ascoltando il primo brano è stato quello di Ryan Gleave di All Men Unto Me. Una voce lontana, messianica, un suono di fondo che sale ad ondate, distorto e riverberato come se gli spazi a lui consentir non fossero più abbastanza ed ambisse al cosmo intero. Del resto il titolo occhieggia ad un’estensione incontrollata, con una sontuosa ramificazione che di fatto unisce le profondità del sottosuolo fino al cielo. Quel che è certo è che in questo disco non si parla la lingua del jazz, bensì di oscuri e brulicanti viaggi tra drones, suoni continui, sprazzi fiatistici e cappe di energia oscura. La voce? Tramite o ultima barriera di resistenza per incanalare l’una o l’altra energia in gioco, tanto che in Cantlevers il titolo (letteralmente trave a sbalzo) sembra disegnare un’operare nell’arte rimanendo in perfetto equilibrio sul baratro, tra vibrazioni che uniscono il corpo allo strumento e qualche richiamo alla più classica ed antica musica del terrore che tanto successo ebbe alle nostre latitudini qualche decennio addietro. A tratti Emily sembra rimanere sola, mentre intorno a lei tutto si fa buio: in questo Her Still Singing Limbs è terrificante perché sembra stia giocando contro la sua autrice, mettendola a repentaglio. Poi l’autrice sceglie di regalarci quattro minuti di intrico oscuro e basico, come se il Dr. Phibes riuscisse a trasferire la sua malignità in una tastiera claudicante, ad un passo soltanto dal cortocircuito. Sumptuous Branching termina così, con una title track che puzza di commiato sin dalle prime note al clarinetto di Emily, l’impressione che tutto sia già andato oltre l’irrecuperabile, la sensazione che l’oscuri abbia vinto e che questo lavoro possa aver comportato dei segni e degli strascichi evidenti su musicisti ed ascoltatori (e la mano del produttore Bill Harris aiuta e di molto la resa di questa odissea). Nelle parole dell’autrice: “I love albums that offer an intentional journey and reward listening from beginning to end. This record very much falls into that category, and it’s my offering to others who value that kind of experience.”.
Grazie.