Elia Piana torna e trasforma il suono di una chitarra in gocce che dipingono dei paesaggi morigerati. Sono 10 frasi, intersecate fra loro grazie ad un linguaggio criptico e chiuso, che non dà maniera di capire cosa si nasconda dietro alle cifre, alle anguille, alle uscite. Del resto il musicista bresciano non è nuovo a parafrasi artistiche, tanto che il suo precedente lavoro fioriva da un haiku di Matsuo Bashō. Eppure in Ianua c’è una delicatezza di forma che si sposa con un rigore caloroso, oppure è solo la mia immaginazione che legge ed unisce diverse sensazioni in una mappa bifronte come il Giano che titola questo nuovo nastro. Nastro che come il precedente trova terraferma all’estero: allora in Grecia, ora negli Stati Uniti, a seguire rotte che non sono stilistiche o di cordata quanto di affinità di suoni e visioni. Elia riesce come sempre a giocare con le pulizie del suono, definendo i piani, i livelli ed i suoni, tanto delicati da sembrare appositamente composti. Trasporta le sue corde attraverso un sintetizzatore per registrarle su nastro, catturando una fedeltà da inizio secolo, splendidamente evidenziata dal master di Giuseppe Ielasi. Un viaggio attraverso una soglia che non ci nasconde i trucchi, le ripetizioni e gli agganci, ma li svela in maniera del tutto naturale e concreta, calda e folk.
A tratti Elia sembra intrappolato in una sorta di carillon, un locked groove legnoso dove il suono perde il suo respiro. Ianua è straniante perché ci mette all’interno di una diatriba, ci lascia su una soglia senza darci indicazioni, senza parlare la nostra lingua. Ne siamo intriganti perché non ne comprendiamo il disegno per appieno ma non possiamo fare a meno di seguirne incantati i movimenti. Come se un burattino perdesse il senno ad inseguire le mani di chi ne muove i fili, lasciando il pubblico ad arrovellarsi se ciò che stia guardando sia lo spettacolo oppure un piccolo furto dell’intimità e della routine di Elia, ma anche se così fosse credo ci perdonerà…
Elia Piana – Ianua (Dinzu Artefacts, 2026)
