Non ho idea di chi sia Dwarf, alias Danilo Mazzone, da dove venga o cosa abbia fatto prima di questo disco, ma una cosa mi è chiara: al centro di tutto, per lui, c’è la musica nella sua essenza. Un lavoro di ricerca sonora minuziosa, in cui ogni singolo suono viene plasmato e cullato fino a essere pronto per unirsi agli altri, dando vita a un’opera che emana passione, calore e un viscerale senso di malinconia, ma anche la gioia di essere qui ed ora.
L’album è composto da 11 brani brevi ma intensissimi, roba che un musicista più navigato avrebbe diluito in due dischi. Ma Dwarf no. Lui ha bisogno che il suono emerga nella sua forma più pura, con una durata che ne esalti l’essenza senza alterarla. Questi 11 brani sono come le piante di un giardino segreto, dove bonsai, piante grasse e carnivore convivono in un equilibrio magico.
Si parte con Baby Videogame, un brano carico e giocoso (qui ovviamente il gioco è una cosa serissima) che ci trascina in un mondo di ritmi e vibrazioni tra luce e ombra, tra felicità e disperazione. Sembra la colonna sonora di un film in cui, alla fine, le somme non tornano e l’unica via è lasciarsi trasportare dalla musica verso un nuovo inizio.
Farewell, il secondo brano, complica le cose. Il mellotron, attore protagonista del disco, qui suona distorto, spezzato, a tratti macabro. Sciabordate di rumore bianco ci dicono che il sogno è finito. Il tema è bellissimo proprio per la sua frammentarietà, come un messaggio dal passato arrivato a noi attraverso una macchina del tempo difettosa, i cui ingranaggi hanno alterato suoni e struttura. Non lo comprendiamo, ma lo ascolteremmo all’infinito.
I’m Fucking Bleeding si costruisce su un martellante arpeggio che si stratifica progressivamente, come una corsa in una foresta in cui rami e foglie si appiccicano addosso. Poi, all’improvviso, tutto si placa. Dwarf apre un varco di luce: ci troviamo sdraiati al centro della foresta, mentre gli alberi si aprono per lasciar filtrare il calore del mattino. La corsa è finita, e noi fluttuiamo sulle armonie celesti del piano.
Mellotron 2 richiama la scuola minimalista americana. L’arpeggio reiterato crea un’ipnosi sonora, arricchita da percussioni dai ritmi spezzati. Potremmo ascoltarlo in loop per ore. Ciò che colpisce, qui e in tutto il disco, è il calore e l’intensità del suono, frutto di un controllo totale degli strumenti.
Con Puppy Bear entriamo nel retro di un negozio di giocattoli chiuso da anni, dove tutto è coperto di polvere e ragnatele. Poi, magicamente, i giocattoli prendono vita. Il fascino dell’infanzia si mescola a un senso di inquietudine. Addentrandoci troviamo Bela Lugosi che gioca con delle trottole dietro una tenda rivolgendoci un sorriso enigmatico.
Mellotron-4 ci culla con suoni scintillanti, evocando ricordi belli e intensi. Ma qualcosa va storto. Sul finale, ci sentiamo come Jeffrey Beaumont in Velluto Blu quando trova un orecchio in un prato: la realtà si deforma, l’aria si fa densa di presagi, e rimaniamo con una sensazione di inquietudine e la certezza dell’esistenza di un altrove sconosciuto.
Mellotron_8 è una stella che esplode rapidamente, lasciando dietro di sé una luce effimera. Ci chiediamo se l’abbiamo davvero vista o solo sognata.
Samba Goodnight ritorna sulla ripetizione: un coro che sembra estratto da un vecchio film di spionaggio anni ’60 si ripete all’infinito, mentre messaggi dallo spazio e dal centro della Terra ci sfiorano e svaniscono nel crepuscolo del mattino.
Mellotron 12 pulsa di un ritmo incalzante, avvolto da nebulose sonore che ci travolgono. Cresce con ogni ascolto, rivelando un progetto chiaro e coerente: un’idea di suono che oscilla tra antico e contemporaneo.
Con Wow, il sampling diventa strumento conoscitivo. Loop su loop, il brano si costruisce e si decompone, come un puzzle che, una volta assemblato, si frantuma per ricomporsi diversamente. Ciò che colpisce di questo e degli altri brani è la sensazione di continua metamorfosi: nulla è definitivo, tutto è in divenire.
Space Trip chiude il disco, lasciandoci con due certezze: abbiamo davvero viaggiato nel tempo e nello spazio, e vogliamo subito ricominciare. E poi, una terza: vogliamo sapere di più su Dwarf. Questo disco merita un’edizione fisica, non solo digitale. E speriamo che Dwarf continui a tenerci aggiornati sulle sue affascinanti avventure sonore.

