Sembra passata veramente una vita da Nar, il primo album di DuChamp pubblicato nel 2013 su Boring Machines. Un ricordo delicato di un’artista che sembrava svanita nella natura e che in realtà ha seguito un percorso, anche discografico, personale ed importante.
Ora torna, sull’accoppiata Torto Editions/Ramble Records, alle quali si aggiunge anche Atena Records, per una triangolazione in grado di portare The Wild Joy dove merita. Del resto, considerando come nella strumentazione a DuChamp sia imputata anche una incredibile testardaggine non possiamo che convincerci sin dall’inizio: la capacità di lasciare drone sonori riuscendo ad incanalarli come strumento di rintocchi o massa non è cosa da poco. I 5 brani sono così un viaggio attraverso diversi stadi di espressione e coscienza: Sine Proprio vive del cicaleccio ambientale e delle note lunghe e reiterate dalla strumentazione, per un’aria che che non cerca né predispone nulla ma rapisce l’attenzione, connettendoci con un suono continuo ornato di scintillanti gocce metalliche. I minimi movimenti di the Shape of Time sono significativi e riescono a relativizzare la nostra percezione, inserendoci in un disegno più grande ed a tratti incomprensibile del quale siamo un ingrediente, con un suono amniotico ed universale. Poi un pianoforte scosceso, a sorprenderci: è l’attacco di Ephitalamion, a citare un’ode spenseriana alla moglie per il loro matrimonio nel 1594, anche se nelle mani di DuChamp questa sembra si trasformi in una connessione con l’altro mondo tramite respiri e vocalizzi (della partita anche la voce di Andrew Kemp oltre a quella della capo progetto, Federica Rossella). Fulaxos inverte la rotta e la chitarra di DuChamp si fa ascoltare in purezza, tenendo una linea dritta come un battito, mentre un bouzuki si lega a lei in una spirale regalandoci attimi di bellezza semplice e naturale. Pare folk dalla fine del mondo, dove le asprezze hanno fatto selezione naturale e non restano che poche musiche pure, come questa. The Wild Joy è un piccolo raggio di luce, curato ed espulso in quel che sembra un luogo sacro (o che in tali luoghi dovrebbe risuonare), unendo ancora una volta con compiutezza corpi ed ambienti, volta celeste, la voce di una fantastica Rosemarie Föster ed il suono in una estasi delicata e lucente.
Non so se The Wild Joy sia un album di musica sacra, non so nemmeno se fosse nelle sue intenzioni ma l’effetto percepito all’ascolto colpisce ed illumina, tanto mi basta per connettermi con note e colori, con un mondo e con il suono di DuChamp.
DuChamp – The Wild Joy (Torto/Ramble/Atena, 2025)
