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Drink To Me – Brazil (Unhip, 2010)

Brazil, secondo album del trio eporediese, segna un’evoluzione netta rispetto al precedente Don’t Panic Go Organic. Abbandonate quasi completamente le chitarre, sono i sintetizzatori a padroneggiare: un Crumar DS2 modulato su suoni aggressivi e rotondi e un Micro Korg spesso filtrato da un delay, a creare grooves ipnotici e grassi, sostenuti dagli esuberanti ritmi della batteria e di un basso spesso in irruenti vesti fuzzate, a cui si mischiano gli strambi arrangiamenti elettronici del Tenori-On, un sequencer dall’incomprensibile funzionamento.
L’impressione, ascoltando il disco, è quella di un suono completamente a fuoco ed omogeneo, una sorta di visione totalizzante capace di trasformare le principali ispirazioni del gruppo (che, dichiarate o meno, potrebbero essere: i Flaming Lips, il motorik kraut rock, Terry Riley, forse certi Liars, le aperture solari di un Manitoba/Caribou) in un linguaggio personale dai forti accenti psichedelici e pop. Il tutto suonato con una carica e una sicurezza che attualmente non molti gruppi si possono permettere. C’è come un’ansia a sperimentare, a rifuggere le tipiche atmosfere indie rock, ma senza allontanarsi troppo da un canovaccio strettamente pop. E in questo, il paragone con i Flaming Lips, nonostante le sonorità in effetti non siano poi così simili, regge in pieno: c’è melodia e c’è una raffinata ricerca sui suoni e sulle atmosfere, c’è la predilezione per le trovate spiazzanti ma anche la capacità di estrarre dal cilindro il ritornello che ti stende. Apici del disco The End Of History (America), già comparsa in una versione leggermente differente su un bel 7” fuori per Smartz Records, David’s Hole e la conclusiva Paul And Kate, sembrano riassumere tutta la poetica dei Drink To Me. Ascoltare per credere.

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