Don’t Say Please. Sahan Jayasuriya in conversazione.

Dopo una lettura effettuata lontano anni e km dal Midwest descritto, come il litorale della Sardegna meridionale, contatto Sahan Jayasuriya tramite Dan Volohov di Discipline PR (colui che in primis mi ha girato il tomo letterario), per poter far luce con lui su alcuni aspetti utili per inquadrare il percorso dei Die Kreuzen, della loro storia e della costruzione di questo libro, di certo un’opera che riesce a farci vibrare riportandoci ai luoghi, ai tempi ed alle emozioni che si potevano vivere ed incrociare sferzando hardcore e suono storto nel Midwest anni fa.

Per anni i Die Kreuzen sono stati una presenza costante sui cataloghi Touch & Go inseriti in ogni produzione che ho acquistato più o meno dal 1995 in avanti sebbene non li abbia praticamente mai ascoltati fino a quest’anno. Questo libro è un invito a riscoprirli oppure si rivolge ad un pubblico di loro affezionati?

Entrambi, sul serio! Ci sono molte persone che conoscevano la band quando era in attività negli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, ma ci sono anche molte persone come te che non hanno la stessa familiarità con la loro musica. Se riesco a ricordare a qualcuno la loro esistenza o a fargli conoscere la sua nuova band preferita, considererò il mio lavoro ben fatto.

Il Midwest descritto e la storia dei Die Kreuzen sembrano quasi universali nel tuo libro, al punto da diventare l’archetipo della band indipendente, hardcore e noise che trascende i confini. Da dove pensi che derivi questa sensazione?

Credo che l’isolamento della regione, almeno all’epoca, abbia giocato un ruolo in questo. Essere in qualche modo isolati dalle scene più grandi, al di fuori dei tour o del fatto che le band in tournée vengano da te, induce sicuramente le persone a passare più tempo ad ascoltare dischi, ad assorbire influenze e a sviluppare un suono proprio. Quando hai meno contemporanei, in un certo senso, c’è meno pressione a conformarsi o a seguire le tendenze. Credo che in definitiva la band facesse quello che voleva, cercando solo di fare il tipo di musica che avrebbe voluto ascoltare. Quando hai gusti eclettici, inevitabilmente trascendi alcuni confini.

L’elenco dei contributi al tuo libro è incredibile, e leggerlo mi ha fatto sentire in qualche modo riconnesso al mondo che conoscevo 30-25 anni fa. Che tipo di lavoro è stato necessario per riconnettere musicisti e professionisti del settore e riportarli a com’erano allora? Che tipo di risposta ti hanno dato riguardo al progetto?

Ci sono volute un sacco di email, di sicuro. Uno dei motivi per cui ho impiegato dieci anni per scrivere il libro è stato il fatto di doverci lavorare nel tempo libero, mentre lavoravo a tempo pieno. Ci sono voluti anni per raggiungere tutti, ma una volta che sono riuscito a contattarli al telefono, sono stati molto felici e disponibili a parlare della band. Dall’uscita del libro, le persone hanno reagito in modo molto positivo.

Il mio primo incontro con i Die Kreuzen fu un video di Milwaukee TV su YouTube nel 1983, prima di scoprire la loro discografia. Ma come li descriveresti o li presenteresti a qualcuno che non li ha mai ascoltati?

Dipende molto dai gusti della persona. Se è un fan dell’hardcore, gli farei sicuramente ascoltare qualcosa dal primo album o da quella clip di Youtube. A qualcuno che ascolta musica più dark e goth, probabilmente sceglierei qualcosa da October File. A qualcuno che invece ascoltava di più l’alt/college rock degli anni ’80, probabilmente gli farei ascoltare la canzone Gone Away. Come descrizione, penso che il modo più semplice per riassumerli sia che erano una band hardcore che si è evoluta nel corso degli anni ’80, contribuendo a gettare le basi per il post-hardcore e l’alternative rock.

Una figura che mi ha davvero colpito nel tuo libro è stata quella di Richard Kohl e del suo immaginario. Quanto pensi che la sua influenza abbia influenzato l’immaginario e la storia della band? I due fattori, sonoro e visivo, sono inscindibili?

Anni fa, ricordo di aver sentito Brian Eno dire in un’intervista qualcosa del tipo “..il processo creativo inizia quando premi il tasto “record” sulla prima canzone e finisce quando puoi tenere l’album tra le mani come un pezzo di plastica”. Lo sto parafrasando, ma questa frase mi è rimasta impressa per gran parte della vita. Penso che i grandi dischi abbiano una forte rappresentazione visiva e che i migliori accompagnino perfettamente la musica, nel senso che rispecchiano il suono dell’album.
L’arte e le immagini di Richard Kohl sono sinonimo della band, non diversamente dal lavoro di Raymond Pettibon per i Black Flag. Il lavoro di Richard ha contribuito a valorizzare la band a livello visivo, sapete? Spesso si parla di come i Die Kreuzen avessero un che di enigmatico e misterioso, e credo che parte di ciò abbia a che fare con il lavoro di Richard sulle copertine dei loro dischi.

Nell’ultimo mese, i Die Kreuzen e il loro ambiente sono stati menzionati dalla stampa italiana in diverse occasioni, per vari motivi. In uno speciale sul punk su Rumore Andrea Valentini ha ripescato una recensione nella quale fungevano come riferimento stilistico per i Negazione in una recensione dell’epoca, (insieme agli Offenders) mentre uno speciale sul noise rock americano su Blow Up (pur non includendoli) ha rivelato le loro influenze stilistiche e iconografiche attraverso fotografie coeve, nelle quali sembrava di vederli in filigrana. Ma quale pensi sia stata la loro eredità o influenza sulla musica contemporanea, se ne hanno avuta una?

La loro influenza è stata piuttosto ampia e diversificata, e lo si può vedere osservando alcune delle persone intervistate per questo libro. Neko Case, Lou Barlow, David Pajo, questi tre da soli mostrano la gamma di persone che hanno tratto in qualche modo ispirazione dai Die Kreuzen. Non si tratta solo di musica aggressiva, ci sono così tanti musicisti che amano davvero questa band. Credo che abbiano sicuramente incoraggiato le persone a non limitarsi a fare le solite cose. Quando si guarda a band come Drive Like Jehu e Shudder to Think, che citano entrambi i Die Kreuzen come influenza, posso solo supporre che si siano sentiti almeno in parte incoraggiati dalle qualità più difficili e sperimentali dei Die Kreuzen.

Non avevo mai approfondito l’opera di Butch Vig, che conoscevo prosaicamente attraverso i Nirvana e i Garbage. Quanto pensi che un libro come il tuo possa essere utile per ridisegnare le mappe e scoprire antichi legami stilistici e personali?

Molte persone che hanno poi raggiunto il successo mainstream hanno radici nell’underground. Qualcuno come Butch Vig ne è un perfetto esempio. Nel 1992, Butch era uno dei produttori più richiesti del settore, e nel 1995/96 anche i Garbage ebbero un enorme successo. Prima di allora, però, Butch aveva alle spalle oltre un decennio di esperienza. Frequentava esattamente gli stessi circoli di artisti come Steve Albini e Jack Endino, lavorando con band simili provenienti da una scena simile. Quindi sì, penso che il mio libro possa certamente aiutare a far luce sulle origini meno note di alcune persone.


Die Kreuzen – Champs (Wire)

A un certo punto del tuo libro, Corey Rusk trova (se non sbaglio) un disco dei Savage Republic e ne rimane stupito. È chiaro che le influenze e gli interessi dei Die Kreuzen erano molto ampi, dai Cocteau Twins ai Sonic Youth, dai R.E.M. agli Aerosmith, dai Wire all’hardcore. Pensi che l’apertura mentale e l’espressione artistica possano essere illuminanti o pericolose in termini di riconoscimento e personalità musicale?

Penso che avere gusti eclettici sia una cosa positiva, e nel caso dei Die Kreuzen, ha giocato un ruolo fondamentale nel loro sound. Se avessero ascoltato solo hardcore, la loro musica sarebbe stata notevolmente diversa. Anche il primo album, che è praticamente hardcore puro, ha un suono così particolare perché ascoltavano tantissime altre cose. Può essere dannoso per la gente che cerca un sound più definito? Certo, ma nel caso dei Die Kreuzen, credo che abbia solo contribuito a valorizzare ciò che li ha resi così grandi.

Cosa pensi delle reunion delle band? Pensi che il libro possa esserne un presagio? Pensi che sia una prova che rende giustizia al pubblico e ai musicisti?

I Die Kreuzen si sono riuniti parzialmente circa 12 anni fa. Il chitarrista Brian Egeness non è riuscito a farlo, ma ha dato la sua benedizione ai membri rimanenti per farlo, con Jay Tiller come sostituto. Al momento in cui scrivo, però, i quattro membri originali dei Die Kreuzen non suonano insieme dal 1992. Potrebbe succedere? Non ne ho idea. Mai dire mai, suppongo.

Se ti chiedessero di fare un altro lavoro come questo, cosa pensi che potrebbe essere un altro tassello da rifinire?

In realtà non ne sono molto sicuro. Ho qualche idea per il mio prossimo libro, ma niente di completamente sviluppato. Ho gusti piuttosto ampi, quindi voglio fare qualcosa che non assomigli affatto a questo libro.

Cosa sta succedendo nella musica del Midwest oggi? Qui in Italia, sembra che il sound più intenso proveniente dagli Stati Uniti negli ultimi anni sia stato quello dei Chat Pile dall’Oklahoma e degli Agriculture dalla California. Potresti darci qualche consiglio per aiutarci a rimetterci in carreggiata?

C’è molta buona musica in circolazione nel Midwest attualmente, e sono certo di conoscerne solo una parte. Qui a Milwaukee ci sono un sacco di ottime band hardcore. I Big Laugh hanno appena pubblicato un nuovo EP, e credo che sia il loro miglior lavoro finora, in un certo senso colma il divario tra sonorità rock più strane e noise con l’hardcore più puro. I World I Hate stanno facendo un lavoro super powerviolence e si stanno preparando a pubblicare un nuovo disco. I Frail Body di Rockford, Illinois, sono fantastici. C’è un’ottima etichetta qui a Milwaukee chiamata Unlawful Assembly che continua a pubblicare ottimi dischi hardcore di band da tutto il mondo.


Big Laugh – Days Of Disarray

Fantastico Sahan, grazie mille per i consigli e per tutto!

Grazie mille a voi!