Donato Epiro – Fiume Nero (Black Moss, 2014)

Era un po’ che Donato Epiro, impegnatissimo coi suoi Cannibal Movie, non si faceva vivo con un disco a suo nome e ne sentivamo un po’ la mancanza. Fiume Nero conferisce dignità vinilica ad alcuni brani già pubblicati nel 2009 e 2010 su un CDr e un nastro per l’americana Stunned Records, ma appare comunque un’opera assai coerente e coesa.
Da sempre i popoli del nord tendono a calare verso sud, dai tempi delle invasioni barbariche a quelli del grand tour di Goethe, fino alle orde di vacanzieri estivi. Donato Epiro, uomo del sud, segue da tempo il percorso inverso, finendo per incrociare, sull’autostrada del kraut, i suoni della Germania dei bei tempi che scendono ad abbeverarsi nel Mare Nostrum. Tuttavia non di calligrafica adesione a tale estetica si tratta: il nostro porta in dote un bagaglio di suoni ed esperienze che rendono il suo lavoro e Fiume Nero in particolare, assolutamente personale e il kraut nulla più che una macro-categoria di comodo, ad uso e consumo del pigro recensore. Cucendo con certosina pazienza e grande sapienza suoni acustici ed elettronici, Epiro crea un impasto sonoro che guarda tanto al Mediterraneo pacifico e coeso degli Aktuala e dei primi Popol Vuh quanto alle colonne sonore di quei mondo movie che mandavano al diavolo il mito del buon selvaggio, organizzando il tutto in una narrazione altamente evocativa. La metafora del viaggio per descrivere dischi strumentali e dilatati è abusata e odiosa, ma in questo caso è davvero inevitabile: non si tratta però del solito (e magari bad) trip fumoso da hippie, bensì di una cosciente discesa nell’oscurità dell’anima, in stato vigile e con gli occhi (le orecchie?) ben aperti. L’inizio è quasi festoso, con l’orgia percussiva del brano eponimo, ma ben presto i rumori, le melodie intricate provenienti da ogni direzioni e i riverberi dubbeggianti di La Vita Acquatica rendono il quadro meno rassicurante, trasmettendoci una sensazione di accerchiamento da parte di una minaccia che non si manifesta mai chiaramente. Sull’onda di flauti, battiti acustici, field recordings e synth spettrali scendiamo la corrente circondati da una giungla in cui si annidano un natura e una cultura a noi ostili, non senza ragione: gli uccelli del malaugurio e i battiti che vanno scemando in chiusura di Un Globo Rosso Rotondo non fanno presagire nulla di buono. Con Fiume Nero Donato Epiro scrive il proprio personale Cuore Di Tenebra, consegnandoci un lavoro di alto livello, ad oggi il momento più alto della discografia del musicista pugliese.

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