Dish-Is-Nein – Occidente (A Funeral Party) (Black Fading, 2025)

Facciamo subito i conti col passato: questa è la band che ha raccolto l’eredità dei Disciplinatha, che ne porta avanti la visione critica e la funzione destabilizzante e che, in seguito alla morte di Dario Parisini, ha dovuto rischierarsi scegliendo un assetto a tre, privo della chitarra. Tutto questo è certamente parte importante della storia dei Dish-Is-Nein, ma non è indispensabile per parlare di un album che è pienamente autonomo e capace di presentarsi da sé, senza la necessità di mostrare alcun curriculum, né di farsi etichettare, segno che proseguire, una volta interiorizzato il lutto, è stata la scelta giusta.
Occidente (A Funeral Party) agisce in una terra di nessuno fra il rock e l’elettronica: il basso di Roberta Vicinelli e la batteria di Justin Bennet, spesso effettati e coadiuvati da beat elettronici e synth, forgiano una drum’n’bass di tempra industriale sulla quale la voce di Cristiano Santini (ma a volte anche della bassista) recita, salmodia con piglio ferrettiano, canta. Il rock sopravvive, mutato nel DNA, in brani come Dove Il Buio Si Muove o in sezioni di Le Voci Del Silenzio, Asylum (Ausonia) e Superfluo (con Sergio Messina alla dobro guitar), ma in generale il suono si stacca inevitabilmente da quello del lavoro precedente e  trova subito forma pienamente compiuta, con una compostezza, mi si conceda, quasi classica: pur trattandosi di un album discretamente rumoroso, non sono mai le accelerazioni o i picchi di volume a sottolineare le parti più intense e significative, ma la sapiente gestione del pathos, in una ricerca formale che si fa anche sostanza.
Se Disciplinatha criticava e negava, Dish-Is-Nein, per far presa sul presente, è giocoforza costretto ad evolvere la strategia. Con Santini, alla stesura dei testi, partecipano Renato “Mercy” Carpaneto (Ianva) – se ne coglie la vis polemica – e Alessandro Cavazza: non può sorprendere il trovare, ora esplicite, ora più nascoste, citazioni della precedente incarnazione, un po’ a rinsaldare il legame col passato, un po’ a dirci che, in fin dei conti, siamo ancora alle prese con gli stessi nemici di un tempo. Ad esempio, il concetto di vuoto, nelle sue varie forme, è ricorrente: lo si trova nella denuncia degli slogan (la lotta al patriarcato) e degli usurati rituali (le pastasciutte antifasciste) nel potente dub di Occidente (cantato con Martha Freidank), nell’assenza di futuro evidenziata in Dove Il Buio (Si) Muove e Stato Di Massima Allerta (arricchita dai synth di Federico Bologna), nell’assoluta nullità  dell’individuo rappresentata in Superfluo, forse il testo che più ricorda i Disciplinatha. C’è poi la paranoia alimentata dai continui allarmismi, tema quanto mai attuale – e che ritroviamo nelle (info)grafiche curate da Simone Poletti – e i cortocircuiti esposti di una società che sbandiera, con uguale superficialità, accoglienza e velleità belliche (ancora Stato Di Massima Allerta e Asylum). In tutto questo, la scheggia trip-hop di Lucy In The Sky With Diamonds, (cantata da Roberta Vicinelli e dal Coro Monte Calisio), con le sue visioni surreali, assume i tratti di un incubo all’insegna della totale alienazione. In una simile situazione, è indispensabile riguadagnare terreno riappropriandosi di una parola che sia veridica e dotata di autentica forza descrittiva (Le Voci Del Silenzio) e trovare, anche nel praticare di una critica spietata, un canone di bellezza: forse a questo alludono le citazioni di Battiato e di Battisti in Asylum (Ausonia). E poi c’è l’ultimo pezzo, che fa storia a sé: A Funeral Party (SuDario) è una lettera all’amico Dario Parisini, un ricordo pregno di commozione e gratitudine, che non rinuncia alle orgogliose rivendicazioni ma alla fine naufraga dell’ineluttabilità dell’assenza, aggiungendo un tassello, l’ultimo, a quel senso di vuoto del quale si diceva all’inizio.
Un disco è solo un disco, ma in tempi dove la storia si muove a velocità tale da trasformare quelle che, solo ieri, erano visioni del futuro in testimonianze del presente e tramutare in mero realismo le più ardite distopie, opere come Occidente (A Funeral Party), disilluse ma non rassegnate, aiutano a non perdere i punti di riferimento.