Ciao Silvia, grazie infinite per la tua disponibilità. Seguo da tempo, con ammirazione e stupore, la tua ricerca e sono molto felice di farti un po’ di domande nate dall’ascolto di Lucciole, ma anche dall’ascolto complessivo della tua opera. C’è un suono della tua infanzia che senti ancora risuonare dentro di te?
Ciao Danilo e grazie per questo interesse! Se ripenso al paesaggio sonoro della mia infanzia risalgono molti ricordi ma mi pare che i più vividi siano legati alle voci delle persone. Il grido acuto di mia nonna che richiama il nonno dai campi, le voci profonde degli uomini di famiglia, la voce di mia madre. Mi rendo conto che ho dentro tutte le voci delle persone che ho amato e anche molte altre che mi hanno colpito e sono rimaste come impronte sonore nei ricordi.
Nei tuoi lavori ho l’impressione che il silenzio non sia mai un vuoto ma una presenza. C’è un silenzio che ricordi come decisivo nella tua vita? E quando componi, quanto ti poni il problema del respiro dei brani? Quanta risonanza e quanto “vuoto” devono esserci perché il suono possa vivere nel migliore dei modi?
Penso sia una questione di energia del suono e di come ad ogni onda sonora corrisponda una “risacca” di silenzio o di risonanza propria. Per diversi anni ho praticato il tai-chi e ad un certo punto ho sentito che i gesti che facevo si allungavano nello spazio oltre la misura del mio corpo, come una marea fin oltre l’orizzonte che poi ritornava a me e dava slancio al gesto successivo. Questa “estensione” dell’energia nello spazio e il suo ritorno elastico è stata molto illuminante e l’ho riconosciuta e cercata nella musica che ho fatto, sia che si trattasse di concatenare i tempi di una suite di danze barocche o di lavorare con la compositrice Éliane Radigue sulle lunghe onde di suono del ciclo di Occam Océan, per esempio, così come nelle mie canzoni. Mi ha resa più consapevole di cosa significa il respiro musicale, che è la base di tutto. È qualcosa che si sente, o si impara a sentire, portandovi attenzione, ascoltando con tutto il corpo. Ci sto lavorando!
Hai studiato sia fisioterapia che musica: in che punto si incontrano il corpo e il suono? Pensi che ogni corpo abbia una propria risonanza unica? E in questo senso, quanto conta per te il contatto fisico e materico con il violino — il legno, le corde, l’anima — nel tuo modo di suonare e comporre? Lo strumento è solo un mezzo o ci mette del suo?
Certo, ogni corpo risuona diversamente e infatti abbiamo tutti voci diverse, uniche, malgrado siamo più di 8 miliardi di esseri umani! Anche gli strumenti hanno una propria risonanza e noi siamo il loro mezzo per esprimerla. Nell’incontro dei corpi di strumentista e strumento si incontrano le loro risonanze, i loro limiti, le loro potenzialità. Io ho trovato molta della mia musica grazie all’interazione fisica col mio violino, per me è importante. Spesso sono stati più fertili creativamente i limiti e le fatiche nel rapporto allo strumento rispetto al virtuosismo e alla facilità; mi hanno stimolata a cercare altro, a esplorare delle soluzioni fuori dall’ordinario e a concentrarmi sull’espressione piuttosto che sulla tecnica.
Ti piace suonare dal vivo? Hai dei rituali prima di entrare in scena? Riesci a essere sempre completamente presente anche nei momenti di forte reiterazione o improvvisazione, oppure esiste una via per “perdersi” in modo consapevole?
Mi piace molto suonare dal vivo. Mi emoziona sempre tantissimo, a volte mi fa proprio tremare, ma è un privilegio unico poterlo fare. Privilegio perché c’è tanto lavoro dietro ma c’è anche un dono che sento di aver ricevuto, nel mio piccolo, e che posso esprimere agli altri, che forse entreranno in risonanza grazie a quel dono e a quel lavoro. La musica è potente e miracolosa! I momenti migliori sono quelli in cui non si controlla più quello che si sta suonando ma ci si sente portati in un flusso. È una cosa sottile, ci si lascia andare ma si resta presenti a se stessi. A me aiuta ricordarmi che non sono da sola: che ci siano o meno altri musicisti sul palco con me c’è comunque la gente che ascolta il concerto, e immagino un corpo unico che ci accoglie tutti nello spazio fisico del suono.
Che rapporto hai con la natura e con il paesaggio? Ci sono luoghi fisici che ti danno il desiderio di fuggire o che ti emozionano, e ci sono invece “luoghi invisibili” che abitano le tue composizioni pur non comparendo direttamente? Se la tua musica potesse farsi fenomeno naturale, quale ti piacerebbe che diventasse?
Dipende dalla musica, che ha tanti umori e temperature e stagioni e atmosfere. Ho un rapporto profondo con la natura e coi paesaggi e particolarmente con quelli più estremi e poco antropizzati. Sono salita in cima a dei vulcani (attivi) ed è stato bellissimo! Ho un ricordo netto e profondo del deserto tunisino e del suo silenzio, degli acquazzoni e del rigoglio dei campi in Irlanda, dell’immensa distesa dell’Oceano Pacifico e di ogni luogo naturale in cui sono stata mi è rimasta dentro un’impressione profonda. Mi mettono a disagio i “non luoghi”, come gli aeroporti, i centri commerciali, i fast food, tutti quei posti che sospendono l’orientamento, che sono uguali ovunque, da consumo pesante, dove la gente per lo più vaga dimentica di sé e degli altri. Le mie canzoni sono abitate più da luoghi naturali che urbani mi pare. Oppure da luoghi invisibili, come i sogni, sia sogni miei che sogni raccontati. Oppure ho composto ispirandomi a paesaggi evocati da poesie o da racconti, come è stato con Alda Merini per il disco Mi specchio e rifletto: alcuni di quei paesaggi sono come ricordi, visioni di luoghi in cui non sono mai stata. Se ci penso la primissima canzone che ho composto era sul testo della prima Cosmicomica di Italo Calvino, quella in cui l’Universo era tutto concentrato in un punto fino a che una signora esprime il desiderio di avere lo spazio per poter impastare le tagliatelle e tutti immaginano “lo spazio che ci vorrebbe” per farlo…e provocano il Big Bang!
Ci sono composizioni e compositori che hanno segnato la tua crescita? In particolare, nel tuo rapporto con Pauline Oliveros e con la sua musica, cosa senti di aver imparato davvero da lei e quale ritieni sia oggi il suo lascito più significativo?
Il lascito di Pauline per me è la libertà del suono nell’anticonformismo della composizione, che per lei andava di pari passo con l’anticonformismo nella vita. I suoni si esprimono meglio nella loro specifica bellezza al di fuori delle forme troppo usate e per coltivare nuove forme occorre approcciare diversamente il processo della composizione, permettendo all’ascolto (deep listening per Pauline) di guidarci, per esempio, o pensando la musica in relazione ad altro, alla pittura, alla danza, alla matematica ecc. Non si tratta solo di ascolto acustico, del suono che già esiste, ma di un ascolto interiore, che può già essere suono ma potrebbe anche essere altro, idea, sogno, sentimento, sensazione, visione, paesaggio interiore, una presenza, un ricordo. Questo è (parte di) quello che ho imparato da lei, e comunque ne è la mia interpretazione. Le compositrici e i compositori con cui ho lavorato, Pascale Criton, Éliane Radigue, Philip Corner, Cassandra Miller, Pierre-Yves Macé mi hanno tutti insegnato qualcosa. Anche Giovanna Marini, che ho conosciuto anche se non abbiamo lavorato insieme, mi ha dato moltissimi stimoli su come rendere viva e attuale la musica popolare. Poi ci sono i compositori che non ho conosciuto ma che mi hanno influenzata nell’ascolto della loro musica ma l’elenco sarebbe troppo lungo.
Esiste un libro che non parla di musica, o una diversa forma d’arte, che ti ha aiutata a elaborare il tuo linguaggio e che per vie dirette o indirette entra nel tuo modo di esprimerti?
Sono stata una buona lettrice, lo sono meno in questo momento. Sono cresciuta nei libri che sono stati sia maestri che vie di fuga quando la realtà emotiva si faceva pesante. Invece di farti una lista dei libri importanti per me mi piacerebbe dirti quelli che mi hanno dato il desiderio di “tradurli” in musica: le “Cosmicomiche” di Calvino, “Tender Buttons” di Gertrude Stein, parte delle poesie di Alda Merini, “La poesia come arte che insorge” di Lawrence Ferlinghetti. Non sono per forza i libri che porterei su un’isola deserta ma sono stati importanti perché in questi processi che io chiamo di traduzione ho trovato le mie chiavi per comporre e non solo i testi delle canzoni ma il suono. Per quanto riguarda altre espressioni artistiche credo che la poesia, la musica e la danza siano tre facce della stessa arte, più intimamente legate rispetto ad altre, e comunque sono quelle a cui mi sento più legata io.
Nella tua musica convivono disciplina e abbandono, antico e contemporaneo. Riusciresti a raccontarci qualcosa del tuo approccio alla composizione e di quello all’improvvisazione? In questo equilibrio, ti riconosci più nel ruolo dell’artigiana o in quello dell’esploratrice?
Ho studiato violino al Conservatorio e il repertorio che ho conosciuto, ascoltato, suonato, copre circa 500 anni di musica, dalle origini dello strumento nella metà del 1.500 ai giorni nostri. Ad un certo punto, dopo il diploma, volevo esplorare i due “estremi”, l’inizio, quando le tecniche e il repertorio (e anche la struttura dello strumento) erano ancora terreno di ricerca (i Ricercari sono forme musicali strumentali tra le più antiche) e l’epoca moderna e post-moderna, fino ad oggi, con l’esplosione di stili, generi, ruoli, linguaggi. Non sono certo studi incompatibili, in entrambi ritrovavo lo spirito pionieristico e aperto che tanto mi appassionava. Composizione, interpretazione e improvvisazione erano naturale patrimonio di chi faceva musica in epoca prebarocca e barocca, competenze necessarie l’una all’altra. Anche nel XX secolo con il jazz, la sperimentazione, l’ibridazione di generi, le tecniche estese, i ruoli sono tornati ad essere spesso meno rigidi. Attraverso queste esperienze l’idea di comporre e di improvvisare sono diventate più accessibili, più evidenti: lo posso fare anche io, mi sono detta. Rispetto a queste pratiche mi sento sia esploratrice che artigiana, perché continuo a sperimentare le cose senza appoggiarmi ad un metodo o a una tecnica, però ho anche un approccio pratico, di ricerca sonora e musicale dal carattere “artigianale” più che teorico, legato alla pratica strumentale.
Che ruolo hanno l’errore e l’evento accidentale nella tua pratica artistica? E legandoci a questo, cos’è per te il “rumore” e come può coesistere virtuosamente con la musica? C’è mai stato un incidente o un fraintendimento sonoro che si è rivelato fondamentale nel tuo percorso?
Tantissimi! Mi piacciono i fraintendimenti sonori, trovo molto stimolante quando il suono ti sorprende e l’incidente, l’errore, possono essere interpretati come una fuga in avanti rispetto all’idea musicale. C’è stato un momento di stretta collaborazione con la compositrice francese Pascale Criton e insieme abbiamo esplorato le potenzialità sonore di un violino accordato in 1/16esimi di tono, quindi uno strumento microtonale; cercavamo delle modalità non convenzionali per farlo, che coinvolgessero gesti strumentali che di solito non si usano sul violino, andamento dell’arco curvo, rumori bianchi o diversamente colorati da componenti armoniche, strofinii rumorosi sul corpo dello strumento, schiocchi delle corde ecc. Ogni suono/gesto era fonte di analisi e ci portava a definire un percorso e a strutturare una forma musicale, che poi è diventata “Circle Process”. In questa ricerca Pascale mi proponeva delle idee su cui lavorare tra un incontro e l’altro ma un po’ a causa della lingua, un po’ perché il campo di ricerca era nuovo per me e i riferimenti pochi, spesso c’era un fraintendimento su cosa mi avesse chiesto di sperimentare e quindi io mi concentravo su qualcosa che credevo essere la sua proposta ma non lo era e all’incontro successivo le portavo delle soluzioni, delle idee, completamente inattese. Questo per me è stato un esempio di come la creatività ha sostanzialmente bisogno di idee, visioni e progetti ma, almeno per me, beneficia anche di permeabilità all’inaspettato e all’accidentale.
Quale suono della vita quotidiana ti sembra impossibile da tradurre in musica? E quale suono, se esiste, consideri sacro e intoccabile?
Alla prima domanda risponderei nessuno. Se è vita quotidiana allora è fatta di suoni che sono la musica del quotidiano. Sacro e inviolabile per me è il suono dei luoghi non antropizzati. Conosci questa installazione nel deserto della Namibia in cui viene diffusa “Africa” dei Toto da speakers a batteria solare? Si chiama “Toto Forever”. Non giudico il gesto artistico ma l’idea che per anni anche solo la sabbia si sia ascoltata quella canzone in loop giorno e notte mi fa rabbrividire.
Lucciole è un disco splendido, semplice e complesso allo stesso tempo, dove l’avanguardia sposa la freschezza della forma canzone. Ti andrebbe di raccontarci la sua genesi? È stato un processo lungo? Mi affascina sempre scoprire dove nascono i brani: ce n’è uno in particolare la cui intuizione iniziale era lontanissima dal risultato finale?
Sono contenta che ti piaccia! Lucciole raccoglie alcune canzoni che ho scritto già nel 2020/2021 ma la maggior parte le ho composte nell’estate del 2023. Alcune, come Sun, Le ossessioni e Lucciole, nascono da piccole cellule musicali davvero insignificanti che mi ruotavano in testa e che ho deciso di non cestinare e di lasciar giocare finché non si sono sviluppate. Per altre, come Corallo e perle o L’airone, avevo chiara l’immagine che ha guidato il testo e la musica ha seguito. La quercia l’ho scritta camminando sul ciglio di una strada. Molte altre sono frutto di ore di lavoro passate su una panchina in un parco, di fronte al mare. Poi per trovare gli arrangiamenti e il suono che hanno nel disco c’è voluto un lavoro di cesello in studio, sia in solitudine che assieme a Marta Salogni.
Dirigendo e lavorando con il Piccolo Coro Angelico, che cosa ti ha colpito dell’approccio dei bambini al suono e alla sua espressione? E che cosa hai imparato da loro?
Lavorare coi bambini è molto stimolante perché hanno ancora pochi filtri culturali ed esprimono le loro emozioni e pensieri sulle cose in modo diretto, spontaneo. Quello che più colpisce è come il suono li ricalibri sul loro potenziale di concentrazione e ascolto mentre la maggior parte degli stimoli attorno tende ad agitarli e a distrarli. Sto vedendo dei cambiamenti in 16 anni di coro nella capacità di concentrazione e di attenzione dei bambini. Per loro non è facile crescere sereni in un contesto iper esigente e rapido come quello attuale. Si adattano, si aggiustano, sono curiosi e aperti, ma hanno le loro difficoltà e il suono, la musica, mi sembra che li aiuti, li riporti ad una dimensione a loro più congeniale. Succede anche a noi adulti. Abbiamo bisogno di un respiro calmo e profondo, di aprirci all’ascolto e all’osservazione senza giudizio, di stare in mezzo agli altri senza recitare, senza fare finta di stare bene, esprimendo nel rispetto dell’altro chi siamo. Questo i bambini te lo ricordano.
Come e quando ascolti la musica oggi, in questa estate del 2026? Ti ritagli momenti di ascolto esclusivo e dedicato o lasci che si intrecci alla vita quotidiana? E, se ti va di dircelo, cosa c’è sul tuo piatto o nelle tue cuffie in questo periodo?
Il mio ascolto musicale è un po’ disordinato questa estate…ho appena cambiato casa e i dischi sono ancora tutti sparsi sugli scaffali, ne ho alcuni sulla scrivania, prevalentemente di amici musicisti come Deborah Walker (Two Paths), Julia Eckhardt (Blanca) e Stefano Pilia (Lacinia) che aspettano un momento di calma perché li ascolti. Sto componendo nuove canzoni e preparando le versioni live di Lucciole, perciò ho le orecchie e le giornate un po’ piene. Oltretutto il caldo rende le cicale furibonde e il loro suono entra forte dalle finestre aperte dall’alba al tramonto: qualsiasi cosa suoni o ascolti deve concertarsi con loro! La sera a volte ascoltiamo (con mio marito) dei dischi: Robert Ashley, Stockhausen, Arto Lindsay. Poi in macchina mi piace ascoltare musica. Ho trovato una tv creata con (o dedicata a) Quincy Jones, Qwest TV, che raccoglie tantissimi concerti e documentari musicali e ci sono delle vere perle.
Guardi mai indietro alla tua musica? La riascolti? E, in generale, che cosa provi quando lo fai? Molti artisti cercano di lasciare una traccia, anche per te è così? Cosa provi quando pensi alla tua musica nel corso del tempo?
A me piacerebbe sapere che la musica che faccio ha aiutato qualcuno a dare un suono ad un momento particolare della propria vita ed eventualmente a offrire un incoraggiamento e una speranza. Io sono grata alle musiciste e musicisti che con la loro musica mi hanno aperto a visioni diverse, magari più ampie, o che mi hanno incoraggiata, o che hanno dato un suono alla mia rabbia, alla mia tristezza. Lo scorso anno mi ha scritto una persona dagli Stati Uniti per dirmi che ogni mattina per andare al lavoro prendeva la macchina e ascoltava “Al cancello” e che questo ascolto gli aggiustava la giornata! Un altro amico fiammingo mi diceva che suo figlio di 2 anni canticchiava per casa “Mi specchio e rifletto” mentre faceva i suoi giochi. Ancora mi è capitato che ai concerti anche di altri progetti qualcuno del pubblico si avvicinasse per dirmi che la mia musica lo aveva aiutato in un momento della vita complicato. Se posso lasciare questa traccia per me va bene.
Ci sono poesie, libri, mantra o preghiere che ti accompagnano nei momenti di passaggio, belli o difficili che siano?
La figura di Maria mi è molto cara e cerco di mantenere un dialogo con lei, anche se spesso il frastuono del mondo mi rende sorda. Rivolgersi al cielo e agli antenati è un modo per ricordarsi di non essere soli quando il quotidiano e l’ego ci dicono il contrario. Non è facile. La primavera scorsa sono stata in Australia e Nuova Zelanda in tour con Deborah Walker e abbiamo suonato i nostri Canti di guerra, di lavoro e d’amore, che sono fortemente ispirati alle nostre nonne, alle loro esperienze di mondine, alle filastrocche che ci cantavano, alla vita che hanno fatto. Ad Auckland abbiamo incontrato una fantastica cantante maori, Allana Goldsmith, che alla fine del nostro concerto, durante gli applausi, si è alzata in piedi e ci ha spontaneamente dedicato un breve canto tradizionale maori; ci ha detto “questo canto è da parte delle mie nonne per le vostre nonne, che sono qui con voi”. Per lei era assolutamente naturale percepire la presenza degli antenati, la sua cultura lo trasmette da sempre. Lei mi ha solo confermato la realtà di una continuità e presenza del mondo spirituale nelle nostre vite, ma per me era già così, anche se la nostra cultura è molto più scettica della sua.
Secondo te esiste una dimensione curativa della musica? In che modo può aiutare ciascuno di noi a crescere e a stare meglio?
La musica è terapia, anche senza pensarla come una cura! È il nostro legame profondo con la realtà vibratoria di tutte le cose, è espressione di tutto ciò che noi umani siamo e che siamo stati e potremmo, vorremmo essere, sublimato sul piano dell’arte, dell’emozione. È incorporea e la percepiamo nel corpo, ci muove, ci calma, ci dà sollievo o patimento o compassione o forza e mille altri modi di sentire noi stessi e il mondo, di percepire e di interpretare la realtà. Per questo l’omologazione musicale è un dramma: che uomini e donne siamo se facciamo esperienza sempre e solo della stessa musica, se in più non ha la forza trascendente della musica tradizionale, popolare, e se interpretiamo la vita con un solo (piccolissimo) ventaglio di suoni e voci destinati ad essere consumati?
Cosa significa essere una compositrice oggi? È stato più difficile emergere e costruire una carriera in quanto donna? A tuo parere esiste ancora una discriminazione di genere nel mondo della composizione oppure è qualcosa che appartiene ormai al passato?
La premessa è che io compongo ma non mi sento veramente compositrice. Magari non ancora o magari non mi ci sentirò mai! Posso organizzare i suoni, scrivo musica, testi di canzoni, ho idee musicali e sonore a cui sono in grado di dare forma. Ma mi chiedo se non dovrebbe esserci un termine per chi come me pratica la musica in modo creativo senza inscriversi nella stessa categoria di Stockhausen, Bach, Cassandra Miller, Pauline Oliveros, Philip Corner, Alvin Curran …Beethoven e tutti quegli artisti che hanno una competenza e una dimensione che è propria dei compositori. Non lo so, me lo chiedo. Comunque per rispondere alla tua domanda essere una compositrice oggi è certamente molto meglio che esserlo stato fino a 10/15 anni fa! C’è una sensibilità che sta cambiando, grazie anche ad un impegno politico da parte di giovani (e meno giovani) musiciste/i, organizzatrici/tori, festival che ritengono finalmente importante dare voce alla diversità di genere. È la nostra società tutta che sta cambiando. In questo momento, almeno nell’ambito musicale contemporaneo e sperimentale, si ritiene importante che le donne e anche le persone non binarie, siano rappresentate tanto quanto i loro colleghi maschi, a volte anche di più. C’è un’enfasi eccessiva? Forse sì, ma è dura cambiare una mentalità così radicata e stratificata, perciò credo sia veramente necessario questo passaggio. Il problema vero però è l’appiattimento culturale e la mancanza di soldi per la nuova musica di ricerca! Anche i paesi più virtuosi come l’Olanda, la Francia, la Germania ecc, tagliano continuamente i fondi ed è difficile immaginare che si possa vivere da musiciste/i in queste condizioni. In Italia poi è sempre stato un miraggio, non esiste neanche una figura professionale precisa che ci rappresenti. Questa è la discriminazione primaria. Io non mi sono mai sentita di valere meno di colleghi maschi, non ho frequentato ambienti sessisti se non di sfuggita quando da ragazza cercavo la mia strada, ho sempre cercato collaborazioni aperte e rispettose, di gente che avesse superato quel livello di mentalità e di relazione. Però ho visto attorno a me ragazze faticare e scontrarsi con chiusure e pregiudizi ma soprattutto ho avuto i racconti delle generazioni precedenti e di come è stato difficile per le musiciste che oggi hanno dai 60 anni in su farsi ascoltare e prendere sul serio.
Nel tuo percorso ho sempre percepito una ricerca incessante. Che cosa stai ancora cercando oggi? E quali sono i progetti che occupano il tuo presente?
Mi piace imparare nuove cose! Per esempio studio la tromba, la chitarra, il pianoforte e sto studiando il violino in modo diverso dal passato per trovare un suono e una organicità nel gesto musicale che ho in mente ma che ancora non possiedo. Sai quando parlavamo del respiro del suono? Cerco di andare in quella direzione. Sto anche riarrangiando i brani di Lucciole e nuove canzoni per organici diversi: in duo con la chitarra baritono di Stefano Pilia ma anche in quartetto con un trio di giovani fiati che suonano in una orchestra jazz, tromba, trombone e clarinetto. Mi piacerebbe avere l’occasione di suonare con una band più allargata ma al momento non ci sono concerti per quello. Desidero che il live abbia lo stesso equilibrio tra canzone e sperimentazione sonora dei dischi, che mi permetta di sviluppare idee nuove. È molto stimolante poter scrivere per organici diversi attorno ad uno stesso progetto. Sto anche scrivendo nuovi brani. Poi c’è la voglia di sviluppare un nuovo progetto in duo con Deborah (Walker) e per questo ci siamo date un primo appuntamento di residenza a fine estate. Per il resto è un momento di osservazione e anche di attesa: aspetto che il caldo e le cicale si acquietino per vedere, nel silenzio, che cosa rimane di me.
Ringraziandoti infinitamente per questa importante occasione di approfondimento ti chiedo se c’è una domanda che ti piacerebbe ti venisse fatta e che invece nessuno ti ha mai posto?
Beh, direi che questa intervista ne ha esaurite parecchie! Un ricercatore dell’università di Francoforte, Bernd Herzogenrath, mi ha chiesto di scrivere un testo su “i tempi sonori che verranno”, cioè su una visione personale del futuro della musica, della musica che mi piacerebbe fare ma anche di possibili altre visioni sonore. Penso sia una domanda impegnativa ma interessante da porsi.

Photo Credits Annalisa Lazoi

